No alla sperimentazione proposta dalla Gelmini per premiare il cosiddetto “merito” degli insegnanti e delle scuole migliori.

Lo stanno dicendo i collegi docenti delle città interessate: Torino, dove delle 80 scuole che si sono espresse solo una avrebbe aderito al progetto, e Napoli, dove ben 68 collegi docenti hanno risposto negativamente alla proposta Gelmini. Sono queste due, infatti, le città prescelte dal ministero dell’Istruzione per attuare la sperimentazione della valutazione dei docenti.

La valanga di no dei collegi docenti di Torino espressisi all’unanimità o a maggioranza contro la sperimentazione Gelmini ha indotto il 15 dicembre l’Ufficio Scolastico Provinciale di Torino a estendere l’area della sperimentazione all’intera provincia. O, almeno, questa è la lettura che una nota dei Cobas dà alla scelta, definita “indecente”, dell’Usp (Ufficio scolastico provinciale) di Torino, affermando che essa deriva dall’”aver capito che tutte le scuole della città avrebbero votato in massa contro la vergognosa sperimentazione meritocratica”.

Infatti, sebbene il comunicato del 18 novembre 2010 del ministero affermasse che “La sperimentazione riguarderà i docenti delle scuole di due città, Torino e Napoli”, e la circolare regionale piemontese del 3 dicembre avesse ad oggetto “Progetto sperimentale di valutazione dei docenti delle scuole della Città di Torino” (la sottolineatura è dell’originale, ndr), la circolare provinciale varata il 15 dicembre recita: “Si segnala che la candidatura può essere presentata anche dalle scuole di ogni ordine e grado della Provincia di Torino”.

Nel progetto del ministero, la valutazione (basata sui curricula e altri parametri) dei docenti propostisi volontariamente in alcune scuole scelte con sorteggio fra quelle delle due città i cui collegi docenti decidano di aderire avverrebbe ad opera di una commissione composta dal dirigente scolastico e due docenti eletti dal Collegio. Al 20% di coloro che avessero chiesto di essere valutati sarebbe attribuito uno stipendio in più ciascuno.

Nel frattempo anche a Pisa (la provincia precelta, con Siracusa, per il monitoraggio della performance di Istituto, con un premio in denaro agli Istituti selezionati fra quelli volontariamente aderenti alla sperimentazione) i Collegi degli Istituti comprensivi già riunitisi per discuterne si stanno per lo più dichiarando contro.

Fra le motivazioni dei Collegi docenti, il fatto che porre una relazione di dipendenza tra il risultato degli studenti nei test Invalsi e la retribuzione dei docenti potrebbe indurre a dedicare una buona parte delle ore di lezione all’allenamento a tali quiz, a dispetto delle reali necessità degli studenti e delle classi, imponendo inoltre ritmi e tempi obbligatori.

Altra obiezione è quella che imporre una concorrenza tra scuole e tra insegnanti all’interno delle scuole svilisce il senso della scuola pubblica e il ruolo costituzionalmente definito di promozione delle pari opportunità formative per tutti: la penalizzazione economica delle scuole che risulterebbero più in difficoltà avrebbe come effetto l’ampliamento della forbice, le cui prime vittime sarebbero gli alunni. Tanto più che – notano i consessi dei docenti – nessun miglioramento della didattica può esistere a prescindere dal contesto in cui gli insegnanti si trovano ad operare.

Il tutto, denunciano i docenti, per pochi euro ricavati dai tagli pesanti alla scuola pubblica (mentre sono stati aumentati i finanziamenti alle private).

Da non dimenticare, infatti, che i fondi per “premiare” i docenti derivano da quella che il ministero chiama razionalizzazione della spesa, ma che sono i soldi recuperati con i tagli del personale, compresi gli insegnanti di sostegno per i ragazzi disabili gravi e non.