Gli ex presidenti della Repubblica Scalfaro e Ciampi

Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi testimoni d’eccezione sulla trattativa tra Stato e mafia. I magistrati di Palermo hanno ascoltato oggi a Roma i due ex presidenti della Repubblica. A condurre le audizioni a palazzo Giustiniani sono stati il procuratore di Palermo Francesco Messineo, l’aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Secondo le tesi dell’accusa, Cosa nostra avrebbe ricattato lo Stato piazzando autobombe anche al Nord. I capi delle cosche avrebbero ottenuto benefici per i mafiosi detenuti in cambio di un allentamento della tensione “militare” nel campo dell’ordine pubblico.

Durante l’audizione, durata quasi due ore, sia Ciampi che Scalfaro hanno risposto a tutte le domande dei magistrati. Al termine dell’audizione le dichiarazioni di entrambi sono state secretate. Secondo quando si apprende, Ciampi ha ricordato i contenuti di una sua recente intervista, in cui aveva evocato il timore che, nella notte del 28 luglio 1993 (quella degli attentati contemporanei al Padiglione di arte contemporanea di Milano e alle basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro, a Roma) potesse scattare un colpo di Stato, anche perché i telefoni di Palazzo Chigi rimasero del tutto isolati per alcune ore.

Due i punti principali da chiarire. Innanzitutto le mancate proroghe e le revoche del regime di carcere duro (41 bis) disposte per circa trecento boss e picciotti nel periodo degli attentati mafiosi del ’93 a Roma, Firenze e Milano e dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del ’92. In secondo luogo, le vicende che portarono alla sostituzione del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato e al suo avvicendamento al vertice del Dap con Giuseppe Di Maggio. Ciampi all’epoca era presidente del Consiglio, mentre Scalfaro fu eletto capo dello Stato il giorno dopo l’attentato del 23 maggio ’92, che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta. E’ in questo contesto che si dimise Amato, allora capo del Dap, anche lui ascoltato nelle scorse settimane dai pm palermitani. 

I due ex presidenti della Repubblica  sono stati sentiti in una delle sedi del Senato, Palazzo Giustiniani, nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, dopo che l’11 novembre scorso aveva testimoniato l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. I magistrati del pool coordinato dall’aggiunto Ingroia svolgeranno nelle prossime settimane una serie di altre audizioni, alcune delle quali potrebbero riguardare anche boss mafiosi che tra il ’92 e il ’93 erano detenuti in regime di 41 bis. Nell’inchiesta palermitana, in gran parte legata alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, sono già stati sentiti, fra gli altri, l’ex presidente della Camera e della commissione Antimafia Luciano Violante, gli ex ministri della Giustizia Claudio Martelli e Giovanni Conso, l’ex capo del Dap Nicolò Amato.

E proprio in un documento del Dap, datato 6 marzo 1993 e indirizzato al capo di gabinetto del ministro della Giustizia, si trova la proposta della revoca del 41bis per i mafiosi. Si tratta di una nota che la commissione Antimafia, presieduta da Giuseppe Pisanu, ha chiesto di acquisire. Il documento rileva che la legge sull’articolo 41 bis “configura il suo ricorso come uno strumento eccezionale e temporaneo, emergenziale”. Per questo “appare giusto e opportuno rinunciare ora all’uso di questi decreti (41 bis), salvo ricorrervi successivamente nella malaugurata, deprecabile ipotesi di un ripresentarsi delle situazioni eccezionali che li giustificano”. Insomma, il Dap che all’epoca era diretto da Amato, scrive nero su bianco che è il momento di abolire il carcere duro. Decisione poi supportata nella riunione (il 12 febbraio 1993) del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza durante la quale l’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi, manifestò delle “riserve sulle eccessiva durezza del siffatto regime penitenziario”. “Nel caso che si decida di rinunciare allo stato a questi decreti, l’alternativa che si presenta è quella di lasciarli in vigore fino alla scadenza in essi indicata senza rinnovarli, ovvero di revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione, perché rappresenterebbe un segnale forte di uscita da una situazione emergenziale e di ritorno ad un regime penitenziario normale”. 

Chiamato in ballo dal documento, Amato, che era a San Macuto per l’audizione alla commissione Antimafia – audizione rinviata per concomitanti lavori parlamentari in Aula – ha sottolineato come “se il 41 bis non ci fosse stato, non ci sarebbe stata trattativa. Ho scritto che l’articolo 41 bis non andava tolto, ma sostituito con norme più efficaci per combattere la mafia. Dissi, ad esempio, che era necessario fare una legge che prevedeva la  registrazione dei colloqui in carcere tra detenuti e avvocati e familiari. In questo modo avremmo ottenuto un risultato più consistente”.