Julian Assange è un uomo e Wikileaks una piattaforma per la condivisione di informazioni.
Il primo e la seconda possono essere messi a tacere.
Gli Stati Uniti d’America e, con essi, i Governi di decine di altri Paesi al mondo hanno, ormai, un conto in sospeso con Assange e, sfortunatamente, è difficile pensare che, in un modo o nell’altro, non lo chiameranno a saldare il proprio debito, vero o presunto.
Allo stesso modo la piattaforma Wikileaks, per sopravvivere, ha bisogno di risorse economiche e tecnologiche e, da più parti, giungono segnali che lasciano ritenere che le fonti di denaro e tecnologia che la tengono in vita potrebbero, presto, esaurirsi o, comunque, essere chiuse sotto la pressione di questo o quel potere politico ed economico.

Non c’è, tuttavia, alcun dubbio che ridurre al silenzio Assange o, piuttosto, trasformare Wikileaks in un ammasso inservibile di bit e ferraglia, costituirebbe una vittoria di Pirro per quei Governi che, nelle ultime settimane, hanno emesso le condanne più dure così come per la diplomazia internazionale.
Gli uni e l’altra, infatti, hanno ormai dimostrato la loro straordinaria debolezza e reso evidente come a metterli in ginocchio sia sufficiente un pugno di bit che può stringersi in un hard disk delle dimensioni di un paio di pacchetti di sigarette e viaggiare da Washington a Dubai in qualche secondo.
Il caso Wikileaks ha reso evidente al mondo intero che anche i più grandi tra i Governi sono, in realtà, giganti dai piedi di argilla, argilla costituita dall’illusione di poter governare sterminati Paesi ormai attraversati da reti di comunicazione elettronica di straordinaria estensione ed enorme capacità sulla base di segreti, segretucci ed informazioni classificate ma lasciate accessibili a migliaia di individui a loro volta interconnessi – dalle reti elettroniche e da quelle sociali – a centinaia di migliaia di altri individui che rispondono a leggi, religioni, tradizioni e culture diverse e lontane.

Nel XXI Secolo, in quella che Jeremy Rifkin chiama l’Era dell’accesso e che, meno prosaicamente, l’Unione Europea definisce società dell’informazione, non c’è segreto che possa ambire a restare tale per sempre.
La sicurezza dei sistemi è una condizione di eterna ambizione ed aspirazione ma giammai uno stato di fatto e la fedeltà degli uomini, ad altri uomini, alle leggi, alle regole, alla patria o, piuttosto, ai principi è inesorabilmente sfidata dal tempo e dagli eventi.
Oggi basta una falla nella rete sociale o tecnologica alla quale il segreto è affidato perché il numero di persone tra le quali esso era destinato ad essere condiviso, sia moltiplicato migliaia di volte in un intervallo di tempo breve quanto il battito di ali di una farfalla.

In un contesto di questo genere  il silenzio indotto di Julian Assange o, piuttosto, lo spegnimento forzato di Wikileaks, evidentemente, non risolverebbero il problema: decine di migliaia di novelli Assange sono pronti a prendere il posto del misterioso australiano che sta facendo tremare il mondo e ad accendere nuove piattaforme eredi dell’attuale ma ancor più potenti e penetranti.

Serve un nuovo approccio alla gestione dell’informazione, solo un radicale ripensamento del rapporto tra pubblico e segreto che lo ribalti, può garantire ai Governi stabilità ed immunità dinanzi ad episodi rispetto ai quali quelli che si stanno consumando in queste settimane, sembreranno, presto, solo copie sbiadite.
I Governi e la diplomazia internazionale devono abituarsi a convivere con la trasparenza e rendere il segreto – che sin qui è stato la regola – un’eccezione a cui ricorrere con straordinaria parsimonia.
E’ l’abuso del segreto come strumento di Governo il responsabile ultimo della fragilità che, in queste ore, stanno mostrando gli uomini ed i Governi più potenti del mondo nell’immaginario collettivo.

Il responsabile di quanto sta accadendo, non è Julian Assange o Wikileaks ma la perversa idea che il funzionamento della diplomazia internazionale o il Governo di un Paese potessero aver bisogno davvero di mantenere segreta la speciale relazione tra il nostro premier e Vladimir Putin o, piuttosto, l’arcinota follia che, da decenni, guida la mente del leader libico Gheddafi.

Dinanzi a simili ingenuità ed errori di calcolo, dinanzi all’evidente sopravvalutazione del proprio apparato di sicurezza e della propria intelligence ma, soprattutto, dinanzi alla straordinaria sottovalutazione del fenomeno internet, persino, da parte della nazione che vi ha dato i natali, studiandola, appositamente perché garantisse la comunicazione tra nodi addirittura in caso di un evento bellico, l’indice che la comunità internazionale – con davvero poche eccezioni – sta puntando contro Julian Assange ed i suoi server, appare puerile, infantile, proprio del ragazzino che sorpreso con le mani nel barattolo di marmellata, gioca la sua ultima disperata carta, tentando di additare come responsabile il suo compagno di banco.

Difficile, sotto un profilo strettamente giuridico, dire se Julian Assange, prima o poi, verrà davvero condannato – in un modo o nell’altro – per aver violato il segreto di questo o quel Governo ma è, invece, quasi certo che Assange ed i suoi server hanno, ormai, definitivamente condannato i Governi di tutto il mondo a rinunciare a buona parte dei loro segreti.

E’ solo in questa prospettiva che le parole di quanti hanno paragonato la pubblicazione dei dispacci di Wikileaks ad un nuovo 11 settembre, possono essere condivise: proprio come dopo l’11 settembre nulla, in nessun Paese al mondo, è rimasto come prima, allo stesso modo, dopo il ciclone Wikileaks e le rivelazioni di questi giorni, nulla potrà tornare come prima.
E’ una constatazione che può convincere o non convincere ma che appare difficilmente superabile.

Ma Assange è davvero un criminale? Un pirata dell’informazione?
E’ una domanda alla quale temo sia difficile dare una risposta universalmente valida e coerente con la cultura giuridica e le regole delle centinaia di Paesi del mondo scossi dal ciclone Wikileaks.

Personalmente, però, non so trattenermi dal considerare che, specie in un Paese come il nostro, la cui storia è disseminata da un’interminabile scia di “segreti di Stato”, spesso eretti a tutela degli interessi di pochi e contro il diritto dei più alla conoscenza della verità, la possibilità che domani Assange pubblicasse documenti capaci di svelare, ad esempio, cosa accadde nei cieli di Ustica poco prima che il DC9 dell’Itavia si inabissasse o piuttosto, se e chi, nel Palazzo, ha firmato o anche solo avvallato la strage di Capaci piuttosto che quella di Via d’Amelio, andrebbe salutata come un auspicio o una speranza più che come un rischio o una preoccupazione.