Ebbene sì, il tanto vituperato sciopero dei calciatori si farà. A farne le spese la 16° giornata di campionato, prevista per l’11 e 12 dicembre. Infatti l’Aic ha deciso di abbandonare il tavolo delle trattative con la Lega Calcio, in disaccordo su due punti fondamentali del rinnovo del contratto collettivo di categoria: la messa fuori rosa dei giocatori e le cessioni coatte. Non una questione di soldi, dunque. Ma di diritti. Adesso però si dirà che è lo sciopero dei miliardari. E che nessuno ci perde, dato che la giornata sarà comunque recuperata. Così scalpita il portavoce del Pdl Daniele Capezzone: “Gli italiani saranno letteralmente esterrefatti dinanzi a uno sciopero proclamato da una categoria che certo non vive le durezze della crisi economica. Anzi, una cosa seria da fare sarebbe quella di smettere di considerarli lavoratori subordinati, e di cominciare a trattarli come autonomi, se non come vere e proprie imprese”.

Questo è il punto. Il lavoratore come categoria non esiste più. Esistono autonomi e imprese. E poco importa se il contratto dei calciatori non riguarda solamente i miliardari, ma anche giocatori che guadagnano il minimo, ossia 1.100 euro al mese quando giocano. Gente precaria, che in molti casi deve far fronte al fallimento della propria società, spesso costretta a partecipare ad aste fallimentari. E poi ci si consenta di ribaltare un’altra ripetuta demagogia. Se alcuni di loro sono miliardari che colpa hanno? Sono lavoratori salariati, il calcio è un settore fiorente e se loro guadagnano tanto è perché sono i migliori a livello mondiale. E su miliardi di pretendenti. Possono dire lo stesso tutti i loro presidenti? Che, è vero, sborsano di loro, però hanno anche le tasche piene. E pensano di spadroneggiare.

Un altro falso mito da sfatare: il calcio non è un settore in crisi. Lo dice lo stesso Beretta (Lega Calcio, ed ex Confindustria): “Non veniamo da una fase di difficoltà del settore che da 15 anni ha visto un’esplosione di ricavi senza precedenti”. Certo, lo sono le società di calcio. E forse non è giusto che i presidenti si sobbarchino tutti gli oneri. Però perché prendersela con il lavoratore? E con tutti i giocatori? Il calcio non è solo serie A e Champions Legue. Ma ancora uno sport. Così tra Aic e Lega il muro contro muro è da redde rationem. E si capisce il perché. I presidenti vogliono ridisegnare il calcio italiano a loro beneficio. Vogliono una superlega che non ridistribuisca i profitti alle serie minori. Vogliono tornare a decidere i designatori arbitrali. Vogliono poter sbattere un giocatore in tribuna oppure venderlo al Borgorosso Football Club; e senza nemmeno consultarlo. Una rivoluzione, ma più che altro una restaurazione. Già in atto da un anno. Prima i giocatori di serie C sono stati costretti a sottoscrivere un contratto separato. Poi Buffon e altri colleghi hanno fondato un nuovo sindacato, aperto solo ai giocatori di serie A (e pronto a sottoscrivere patti separati). Infine Chiellini ha firmato – lui sì – un contratto in puro stile lavoratore autonomo.

Per raggiungere i loro obiettivi, i presidenti si lamentano di non avere il contratto dalla parte del manico. Vogliono contare di più. Eppure già hanno facoltà di licenziare un giocatore insubordinato. Adesso vogliono trattarlo come un pacco postale. Così come capitava anni fa. Altro che Marchionne, insomma. Lui la produzione è “costretto” a trasferirla in Serbia. Loro, se vogliono, il lavoratore serbo se lo comprano. Gli danno una maglietta, il vitto e l’alloggio. E poi l’ingrato non vuole sottostare ai loro diktat?

Ovviamente, saputo dello sciopero, i politici si sono indignati. “I calciatori non danno il buon esempio”,  hanno detto. E invece i giocatori lo hanno dato. Perché di fatto cosa chiedono? Chiedono di non perdere i loro diritti. Così come tutti i lavoratori italiani, non si ribellano per capriccio. Lo fanno perché è in atto un attacco selvaggio al lavoro e ai suoi principi basilari. Perché qui non si tratta di chiedere soldi in più in busta paga. Di soldi non ce ne sono e bisogna farsene una ragione (però non si capisce come la nazione possa tornare a correre se si dice di tirare la cinghia. Che si voglia crescere su quel qualcuno che non lo fa?) Qui si tratta di difendere le braghe, visto che il resto dei vestiti se li sono già presi. Stanno raschiando il fondo del barile e, per non deprimere oltremodo la domanda interna, attaccano i diritti. Lo fa la Fiat, lo fa la Lega Calcio. Ci provano, insomma. Stavolta è andata male. Si sono ribellati i loro dipendenti più coccolati: i giocatori di calcio.

di Matteo Lunardini