Gian Andrea Gaiani è il direttore di Analisi e Difesa, il periodico punto di riferimento di tutti gli esperti di strategia militare. Non usa mezzi termini per dire la sua sulla proposta del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Mettere le bombe sui nostri caccia? “Ben venga”

Come commenta la proposta di La Russa?
Alla buon’ora. L’Italia ha speso decine di milioni di euro per ammodernare i Tornado, i caccia che utilizziamo in Afghanistan e noi li impieghiamo solo come ricognitori. In maniera impropria dunque

Sappiamo che l’esercito italiano aveva speso anche altri soldi per armi da utilizzare in Afghanistan
Si, abbiamo speso 34 milioni di euro per comprare in America 500 bombe di piccola dimensione, le Small diameter bombs (Sdb). Si tratta di armi a piccolo raggio utilissime nel teatro afghano. Anche queste inutilizzate.

Però non è solo questioni di soldi. Le bombe sui caccia cambierebbero la natura della missione. E l’articolo 11 della Costituzione dice che “l’Italia ripudia la guerra”
Non c’entra proprio niente. La Carta non vieta alla nostra aeronautica di utilizzare i missili. La costituzione dice che il nostro paese ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Noi stiamo agendo all’interno di un’alleanza internazionale, sotto l’egida dell’Onu.

Come si comportano i nostri alleati?
Tutti i paesi alleati schierano aerei con bombe a bordo, tranne la Germania e l’Italia. E avere le bombe a bordo permette di soccorrere le proprie truppe a terra.

Vuole dire che potevano essere utilizzati per proteggere gli italiani sabato scorso?

Assolutamente. Nell’imboscata agli italiani ad assisterci sono stati i caccia armati degli alleati.

Chi deve prendere le decisioni in una materia tanto delicata, come stabilire quali armamenti portare in una missione?
La decisione di fare una guerra deve essere lasciata ai politici. I modi come condurla devono essere lasciate ai tecnici, ai militari. Basti pensare alla guerra interna scatenatasi tra il generale David Petraeus e il presidente americano Barack Obama. Il caso era scoppiato perché il presidente aveva deciso di annunciare l’inizio del ritiro dall’Afghanistan. Una dichiarazione che è servita a Obama per tranquillizzare l’opinione pubblica, ma che sul piano militare ha regalato al nemico un’informazione: i limiti dello sforzo bellico americano.

Anche in Italia si discute di intensificare la presenza militare per meglio preparare l’exit strategy

Questo fa parte dei piani Nato. Un concetto americano, più che dei parlamentari del Popolo delle libertà. Con più truppe sul terreno si combattono i talebani dentro i loro santuari. Si aumenta la pressione militare con l’auspicio che questo possa indurre una parte degli insorti a negoziare piuttosto che continuare a subire dure sconfitte.

Sono sufficienti i militari messi in campo per la exit strategy?

E’ difficile dirlo. Secondo quanto stabilito dalla Nato, il ritiro delle truppe deve coincidere con l’autonomia degli afghani nella difesa del territorio nazionale. L’ obiettivo nei prossimi anni è quello di ridurre le unità combattenti, in proporzione al numero di forze afghane addestrate. E’ la cosiddetta transition”.