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Nato, perché Merz vuole la Germania come leader: la mossa per rispondere a Trump e arginare l’ultradestra alle elezioni

Cosa c'è dietro le mosse del cancelliere tedesco che lancia Berlino in un ruolo di primo piano nella sicurezza europea tentando riempire i vuoti lasciati da Washington. Sullo sfondo il test elettorale nei Laender orientali, dove Afd punta a un risultato storico
Nato, perché Merz vuole la Germania come leader: la mossa per rispondere a Trump e arginare l’ultradestra alle elezioni
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“Domani sarà il 6 giugno. È l’anniversario del D-Day, quando gli americani posero fine a una guerra in Europa”, stava dicendo Friedrich Merz con la massima deferenza. Ma Donald Trump non lo aveva lasciato neanche finire: “Quello non è stato un gran giorno per voi, giusto?”, lo aveva interrotto, ghignando. In quel momento i rapporti erano distesi, ma in quel siparietto del 2025 alla Casa Bianca c’erano già i prodromi di ciò che sarebbe stato. Un anno dopo, mentre il tycoon sposta 5.000 soldati in Polonia, Berlino si candida alla guida della Nato. “La Germania si assume le proprie responsabilità di leadership“, ha detto il ministro Johann Wadephul alla vigilia del vertice Esteri a Helsingborg. L’obiettivo è “una nuova ripartizione degli oneri che corrisponda al potenziale economico e militare della Germania e dell’Europa”.

Quella avviata dal leader della Cdu è una svolta che coinvolge il modo in cui la classe dirigente tedesca concepisce se stessa, il ruolo delle forze armate nella società e della stessa Germania in Europa. Nella Conferenza di Potsdam del 1945, dopo il crollo del Terzo Reich, al paese fu imposta la smilitarizzazione e l’Ovest, desideroso di espiare le atrocità compiute dal regime nazista, delegò agli Usa la guida della propria sicurezza. Quell’epoca è finita il 18 marzo 2025, giorno in cui – complici i timori causati dall’invasione russa dell’Ucraina e dall’annunciato disimpegno militare di Washington dal continente – il Bundestag ha votato la modifica della Costituzione per eliminare i rigidi vincoli sull’indebitamento, sbloccando i finanziamenti per futuri bilanci della difesa che non hanno precedenti nella storia repubblicana.

A metà agosto 2025 il governo Merz ha previsto di mobilitare 1.000 miliardi di euro entro il 2039. Un budget che include spese militari dirette, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto truppe e una riconversione industriale che coinvolge giganti civili come Porsche e Deutsche Telekom, e mira a ridare slancio a un’industria pesante in crisi dalla fine della Guerra fredda. In termini “atlantici” ciò si tradurrebbe nel portare le spese militari al 3,5% del Pil nel 2029 e al 5% nel 2035. I fondi serviranno anche a finanziare l’espansione e la riorganizzazione delle forze armate, con l’obiettivo di raggiungere un totale di 460.000 elementi (260.000 soldati attivi e 200.000 riservisti). L’obiettivo, ha detto Merz in parlamento, è fare “della Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa“.

L’accelerazione sul fronte Nato è arrivata improvvisa, ma non imprevista. Nelle ultime settimane Merz ha abbandonato la postura compiacente assunta nel primo anno del mandato Trump prendendone nettamente le distanze. “Gli Stati Uniti vengono umiliati dalla leadership iraniana”, ha sibilato il 27 aprile mettendo il dito nelle difficoltà che Washington sta incontrando nel chiudere la guerra scatenata contro l’Iran. Il tycoon ha replicato rabbioso ordinando il ritiro dei 5.000 soldati dal territorio tedesco e annunciando ieri di volerne inviare altrettanti in Polonia, spostando così l’asse della fiducia americana dalla Germania verso Varsavia e il confine est, sul quale incombe dal 2022 lo spettro della Russia. Proprio nelle stesse ore Berlino si è candidata ad un ruolo di leadership nella Nato. Una mossa che il cancelliere utilizza per rispondere a precise esigenze di politica interna.

Mantenere una postura da “leader forte della nazione” sullo scenario europeo serve a Merz per blindare la stabilità di un governo federale minato dal crollo verticale dei Socialdemocratici della Spd, scesi secondo gli ultimi sondaggi ai livelli più bassi della loro storia recente intorno al 12%, e legittimare la sua leadership di fronte alle imminenti elezioni regionali. La Sassonia-Anhalt andrà alle urne il 6 settembre, il 20 toccherà a Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino (Città-Stato). Il nemico da battere è l’estrema destra di Alternative für Deutschland che in Sassonia ha sfondato la soglia del 40% e vede la possibilità, per la prima volta nella storia, di governare da solo un Land. Spingendo l’acceleratore su Nato e rilanciando l’indipendenza strategica dell’Ue, Merz sta tentando di sottrarre argomenti all’AfD sul tema della sicurezza nazionale per tentare di rassicurare l’elettorato conservatore più preoccupato per le tensioni globali e andare a pescare in quello moderato, che chiede una leadership europea unita e sganciata dai ricatti di Washington.

Ora l’Ue si trova davanti a un bivio: accettare la logica del “salvatore” tedesco oppure capire che è arrivato il momento di fare un passo in avanti verso un maggiore coordinamento. Delegare la difesa alla corsa al riarmo di un singolo Stato non risolve la vulnerabilità strutturale dei 27, poiché la vera urgenza non è spendere di più ma smettere di farlo in modo frammentato, e rischia di frammentare l’Unione in una somma di nazionalismi armati e asimmetrici. Stretta sul fronte est dalla Russia e su quello ovest da un alleato che tale più non si dimostra, l’Europa si trova di fronte alla necessità di superare le divisioni interne e affrontare il futuro come un’entità politica ed economica unita non solo sulla carta. Ne va della sua sopravvivenza.

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