Gli antichi romani sapevano che una volta dato al popolino un po’ di panem et circenses lo si poteva benissimo tenere a bada, così come succedeva con feste, farina e forca nella Napoli borbonica. Perché mai, quindi, dovremmo stupirci se continua ad essere così anche adesso? Le persone oggi sono, almeno in teoria, più colte di una volta e, sempre in teoria (e quando si tralascia il fatto che migliaia di comuni in Italia continuano a non avere l’ADSL), hanno un maggior accesso ad una libera informazione. Che cosa le porta, oltre ad un innato bisogno, ad affidarsi a qualcuno più grande e potente (che sia un Dio o un governo), che le protegga come nel primo caso o che gli dia l’illusione di farlo come nel secondo? Cosa le spinge a chiudere spesso gli occhi davanti alla verità o a certe evidentissime contraddizioni?

È davvero solo una questione di pigrizia mentale e di egoismo, o non si ha scampo da questo destino? E che dire del libero accesso all’informazione? È davvero così? Sì, stiamo scrivendo e leggendo, più o meno liberi di dire la nostra opinione. È vero quindi che continuiamo a vivere in una grande era, pensando a ciò che potrebbe succedere in futuro viste le mire di certi ministri. Ma siamo davvero convinti che, fino a quando i nostri stili di vita ci imporranno di stare occupati con attività più o meno utili a noi stessi e agli altri, inclusa a volte la nostra professione, possiamo sfruttare la fortuna, il privilegio di potere non essere condizionati? Se ad esempio stiamo fuori per lavoro dalla mattina alla sera, e così nostra moglie (o marito), mentre i figli (se ce ne sono) sono costantemente impegnati fra mille scuole, corsi, hobby, sport e compiti, come possiamo coltivare quell’indipendenza di pensiero che ci permetterà, sia oggi che un domani, di farci una nostra opinione riguardo a ciò che succede nel mondo, possibilmente senza (più) farci prendere per i fondelli?

Come è possibile che in un’era in cui si sta passando da un’economia dominata dal mercato e dai concetti di bene e proprietà, verso un’economia dominata da valori come la cultura, l’informazione e le relazioni, si possa trovare solo il tempo di riversarsi sul divano a guardare per un paio d’ore della tv spazzatura, o, nel migliore dei casi, film visti e ri-visti? È una situazione paradossale, se ci si pensa, quella in cui ci troviamo in questo momento: abbiamo la tecnologia per lavorare meno e dedicare più tempo a noi stessi e agli altri, ma non abbiamo tempo per niente e per nessuno spesso a causa del lavoro; si ha accesso a migliaia di fonti attendibili di informazione, soprattutto attraverso la rete, ma in molti continuano a credere alle frottole dei soliti tre telegiornali, in una situazione, quella italiana, a dir poco imbarazzante.

In Italia sta succedendo di tutto: vogliono costruire (e stanno costruendo) infrastrutture che non servono a nulla, riesumare l’energia nucleare, privatizzare acqua ed istruzione in un sistema di finta concorrenza, si vuole “modificare la Costituzione a propria immagine e somiglianza”! Insomma, se ne stanno combinando di cotte e di crude, e nell’”era dell’accesso” la gente continua a credere, o a voler credere, che tutto vada bene com’è, e che se si vuole vietare il latte crudo perché è diventato pericoloso da un giorno all’altro, è giusto che sia così perché “lo hanno detto tutti i telegiornali”.

Forse il problema va ben oltre i telegiornali e la corruzione dei politici, però, perché non è solo l’intera industria culturale di massa a volerci tenere nell’ignoranza più becera, ma siamo noi stessi, spesso, a volerlo, e ad averne bisogno. È sicuramente il dominio indiscusso della società dei consumi a mantenerci in questo perenne torpore, ma è anche la natura umana stessa a farlo. È per questo che Zygmunt Bauman afferma nel suo libro “Vita liquida” che – Se l’emancipazione, obiettivo ultimo della critica sociale, punta a sviluppare individui autonomi e indipendenti, capaci di giudicare e decidere consapevolmente per proprio conto, essa si oppone alla gigantesca “industria culturale”, ma anche alla spinta della moltitudine che quell’industria promette di gratificare, e più o meno illusoriamente gratifica, nelle sue aspirazioni.– Ed è per questo che, passando da quella che era una semplice riflessione alla filosofia vera e propria, Adorno affermava, un po’ bruscamente: –Il mondo vuole essere ingannato. Gli uomini, come afferma il detto comune, amano essere imbrogliati […]-; essi -avvertono che la loro vita sarebbe assolutamente insopportabile nel momento in cui smettessero di restare attaccati a soddisfazioni che non sono tali.

Come ci si può sentire immuni da una tale verità? È sempre stato così e probabilmente sempre lo sarà. C’è però una differenza, al giorno d’oggi: che la privatizzazione dell’acqua, le scorie nucleari o gli organismi geneticamente modificati possono mettere molto più in apprensione di quanto non possano distrarre panem et circenses. A meno che si pensi che ormai tutto è “fiction”, e che nulla ci possa più toccare, visto che siamo più che abituati a vedere e sentire le peggiori brutture, senza fare una piega, attraverso uno schermo.