“La responsabilità morale di quell’omicidio è nostra”. Lo dice il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, intervistato da ilfattoquotidiano.it, nel giorno dell’anniversario dell’uccisione dell’imprenditore Libero Grassi. “Chiedo scusa alla moglie Pina Grassi a nome di tutti gli imprenditori, per il totale abbandono in cui fu lasciato il marito”, continua Lo Bello. Anche la voce dell’uomo che in Sicilia e in Italia ha imposto una svolta cacciando dall’associazione gli imprenditori collusi con la mafia (e i commercianti che pagano il pizzo) diventa tremante quando alla mente torna il ricordo di Grassi. Un segnale forte nella terra dove oltre il 70% dei commercianti è vittima del racket, secondo quanto rivela il rapporto (il XII°) di Sos Impresa relativo al 2009.

Il mattino del 29 agosto del 1991, in pieno centro a Palermo, Libero Grassi viene ucciso dalla mafia all’età di 67 anni. Grassi è l’imprenditore che per primo – e nel totale abbandono del mondo politico ed economico – si oppone al pagamento del “pizzo” (così i siciliani chiamano la tangente imposta dalle cosche agli imprenditori) e denuncia gli estorsori. Muore vicino casa, a poca distanza da dove persero la vita Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Giovanni Bonsignore: altri uomini onesti che avevano lottato contro la mafia.

“Dobbiamo riconoscere a Libero Grassi di aver anticipato già nel 1991 tutto quello che solo negli ultimi anni abbiamo cercato di fare a Caltanissetta”. Lo Bello si riferisce al codice etico di Confindustria, che espelle gli imprenditori collusi. “Il suo linguaggio è il nostro linguaggio”, aggiunge l’imprenditore. Tornando ai tragici giorni dell’agguato del 1991, Lo Bello spiega che “è una ferita ancora aperta per il nostro mondo. Per questo bisogna chiedere scusa alla vedova”.

Ma non è solo la Confindustria di Lo Bello a seguire l’esempio di Libero Grassi. Dalla sua forma di lotta alla mafia e dalle sue intuizioni, a Palermo nel 2004 nasce un’associazione di giovani imprenditori: Addio pizzo. “Se Libero fosse vivo sarebbe lui il nostro capo – afferma Enrico Colajanni, presidente del movimento. “C’è una rottura rispetto al passato e soprattutto ci sono 500 commercianti palermitani che hanno deciso di non cedere al ricatto mafioso. E di denunciare il racket”.

Per le strade di Palermo – le stesse dove morì Grassi – oggi è possibile entrare in un negozio legato al circuito “consumo critico” e acquistare con la consapevolezza di non favorire l’economia mafiosa. “Libero Grassi si muoveva nel deserto più totale, era fuori dal tempo, noi – conclude Colajanni – abbiamo imparato la sua lezione. E lo abbiamo fatto organizzandoci, cercando di creare un movimento di massa, affinché nessuno imprenditore si trovasse da solo, come accadde a Libero”.