Io ho un sogno e non ci capisco più niente.

Il grande capo, in mille faccende affaccendato, trova il tempo per andare in un paesotto della Brianza per inaugurare una nuova università telematica. Una volta ci andava il vescovo scortato dal parroco locale. Oggi c’è lui, scortato da notabile locale con fascia tricolore e dal felice proprietario ufficiale. Università telematica, il che vuol dire che non devi frequentare, ti colleghi con il PC quando vuoi, da casa e meglio ancora dal lavoro, leggi delle cose, fai delle robe, prendi un appuntamento, vai a Novedrate in quello che una volta in Italia era il tempio della formazione e della cultura informatica e non solo, dici buongiorno, se va male rispondi a un paio di domande, forse concordate digitalmente in modo asincrono, firmi un verbale e hai passato l’esame.

Non ci capisco più niente. Perché acquistare un immobile imperiale, esagerato, quando poi non ci sta nessuno, né docenti, né studenti. Obbligo di frequenza, lezioni in aula insieme ad altri sciagurati colleghi, appunti da prendere, esoneri da passare? Andati. Titolari di cattedra, assistenti e ricercatori, più o meno bravi e appassionati, selezionati da opportune commissioni che valutano pubblicazioni, libri, contributi scientifici? Evaporati. Ora c’è un fantomatico Tutor con cui scambiare posta elettronica, comunicare con Skype, informandolo in continuo di che umore si sia twitterando allegramente. Riempiranno il palazzo di Novedrate di Tutor? Mah…

Non ci capisco più niente.

Il grande capo dichiara che il valore legale della laurea continuerà ad esistere ora e sempre però i suoi dipendenti di partito ne propongono l’abolizione, non fosse altro per allinearsi alle norme europee. Peccato che se ciò dovesse accadere, i laureifici paga che te la do – la laurea, ovviamente – avrebbero molte più difficoltà a trovare clienti. Si vuole la laurea in Italia per fare felice la Mamma, per fare stare zitti i condomini, per essere “Dottore”, per i concorsi, per fare punteggio negli avanzamenti di carriera, per accedere a uffici più o meno dirigenziali. Non è detto che sia una patente del sapere. Non ci capisco più niente.

Dice che l’università funziona male e come rimedio taglia i fondi. Dice che non c’è meritocrazia e in cattedra ci vanno i suoi più collaboratori. Una strategia che ricorda quanto accaduto e accade a Mamma RAI: smontata, umiliata, maltrattata, incapacitata per farle poi comprare programmi dall’azienda concorrente. Non che abbia inventato nulla. Sono decenni che la cosa va avanti. Si prende un’università statale, la riempio di figli, cognati, nuore, suoceri di baroni vari, poi un paio di scandali di qua e di là di esami venduti, la smonto, taglio i viveri, la riduco alla sopravvivenza neuro-vegetativa e poi propongo atenei privati, più o meno telematici, più o meno confessionali, pieni di studenti belli e soprattutto belle, puliti, eleganti, ricchi. Legati all’azienda che se ti ci laurei hai il lavoro sicuro. In virtù dei poteri conferitimi, grazie ad accreditamenti rapidi e dubbi, ti nomino dottore e anche prossimo impiegato, dirigente o docente. Meccanismo perfetto. Lavoro gratuito come laureando, preselezione vedendoti all’opera, minimizzazione del rischio di assunzione sbagliata, lavaggio del cervello delicato, continuo ed efficace. Ovvio che l’azienda è tua, l’università privata pure. O meglio, sua. O meglio, lui è azionista di una società lussemburghese, con sede legale nelle Cayman Islands, consolidata a Vaduz, Liechtenstein. Il proprietario ufficiale è sempre un altro.

Questo non è un sogno, è un incubo. Meglio svegliarsi. Per fortuna è solo un sogno. Comincio a capire.