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Archeologo nel Regno Unito. “Il progetto che in Italia non hanno voluto l’ho sviluppato all’estero. Qui la mentalità è diversa”

Fabio Carbone, 47 anni, nato a Crotone, insegna all'università di Northampton, dove oggi è direttore del centro di ricerca sullo sviluppo economico e sociale globale. In Inghilterra ha costruito la sua carriera e la famiglia
Archeologo nel Regno Unito. “Il progetto che in Italia non hanno voluto l’ho sviluppato all’estero. Qui la mentalità è diversa”
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“Ho provato più volte a riportare la mia esperienza in Italia, ma il sistema accademico non era pronto ad accoglierla. All’estero invece ho trovato spazio per insegnare, fare ricerca e costruire una famiglia”. Fabio Carbone, 47 anni, nato a Crotone, è oggi docente universitario nel Regno Unito. Dopo la laurea in Archeologia all’Università della Calabria lascia l’Italia per svolgere servizio come volontario internazionale europeo in Portogallo. È da lì che inizia un percorso accademico e internazionale che lo porterà prima al dottorato e poi all’insegnamento universitario. “Mi resi conto che più che scavare ero interessato a come la cultura potesse contribuire allo sviluppo sociale, all’educazione e alla valorizzazione delle comunità”, racconta al fattoquotidiano.it. Nel corso degli anni lavora in diversi atenei e centri di ricerca tra Lisbona e Porto, mentre prosegue col suo dottorato all’Università di Aveiro in Beni culturali e turismo archeologico. Successivamente diventa assistente di direzione di dipartimento presso l’Istituto Politecnico di Castelo Branco, esperienza durante la quale nasce anche il primo dei suoi tre figli. Parallelamente partecipa a numerosi progetti europei e collabora con istituzioni internazionali nella valutazione di programmi di ricerca.

“Quando partecipai ai primi convegni su turismo e archeologia eravamo più relatori che pubblico – racconta –. Era un settore quasi inesistente, ma intuivo che il patrimonio culturale poteva avere un ruolo importante nello sviluppo sociale e nella costruzione di identità e dialogo”. Il rapporto con l’archeologia nasce fin dall’infanzia. “Me lo ha trasmesso mio padre. A Crotone basta scavare un po’ e trovi resti greci, romani o bizantini. Ma, particolarmente a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, era curioso vivere a Crotone potendo convivere con tanta bellezza e allo stesso tempo tanta povertà, la violenza delle faide del crimine organizzato e il forte disagio sociale”. Dopo i primi anni all’estero a riportare in Italia l’esperienza accumulata all’estero. “Avevo ottenuto un finanziamento europeo per un progetto sui beni culturali. Lo proposi a diversi atenei italiani, compreso il mio. Ma nessuno voleva assumersi la responsabilità amministrativa del progetto. Ricevevo risposte come ‘non sappiamo chi deve firmare’. Era una questione di mentalità”.

Il progetto trova invece spazio all’estero, dove Carbone continua a sviluppare la sua carriera accademica e a costruire una rete internazionale di collaborazioni. Nel 2016 si trasferisce nel Regno Unito, inizialmente all’Università di Coventry. Successivamente passa all’Università di Northampton, dove oggi è direttore del centro di ricerca sullo sviluppo economico e sociale globale. “Il sistema britannico ha certamente fortificato limiti, ma offre un ambiente internazionale e competitivo. Nei nostri dipartimenti gli inglesi spesso sono una minoranza: lavoriamo con colleghi provenienti da tutto il mondo”. Nel 2017 l’International Institute for Peace Through Tourism, organizzazione internazionale con sede negli Stati Uniti, lo nomina ambasciatore di pace. In questo ruolo promuove progetti che utilizzano il patrimonio culturale come strumento di dialogo e ricostruzione”.

Tra i luoghi in cui lavora come inviato speciale c’è Teheran, in Iran, dove contribuisce alla creazione di una rete nazionale di imprenditrici nel settore turistico. “Spesso si descrive l’Iran con stereotipi molto semplificati, soprattutto rispetto alle donne. In quel progetto hanno partecipato donne provenienti da tutto il paese: proprietarie di ristoranti, case vacanza, attività turistiche. L’organizzazione esiste ancora oggi”. Un altro progetto riguarda il ruolo dei musei nella costruzione della memoria collettiva. “Un museo può essere un luogo di educazione oppure di propaganda. Capire questa differenza è fondamentale nei contesti di post-conflitto”. Su questi temi nel 2022 è stato invitato anche dal Ministero del Turismo ucraino – a guerra in corso – per un tavolo rotondo dedicato al ruolo delle istituzioni culturali e turismo nella ricostruzione dopo la guerra.

Parallelamente all’attività accademica, Carbone è anche fondatore di Academics4Gaza, una iniziativa umanitaria di educazione in emergenza: una rete internazionale di volontari che supporta studenti e ricercatori palestinesi durante il conflitto. “Quando nel 2024 è stata distrutta l’ultima università di Gaza ho provato un forte senso di impotenza. L’educazione per il popolo palestinese è una forma di resistenza. Così ho scritto una mail a colleghi in tutto il mondo per chiedere aiuto”. La risposta non si è fatta attendere. “Il giorno dopo la mia casella di posta era piena. Professoresse e professori da tutto il mondo volevano contribuire”. Oggi il progetto mette in contatto studenti di Gaza con docenti internazionali per attività di tutoraggio individuale. Le discipline coinvolte vanno dalla medicina alla letteratura fino all’ingegneria. “Le attività si svolgono online, quando la connessione lo permette – sottolinea Fabio – utilizzando anche strumenti di intelligenza artificiale per facilitare la comunicazione e la condivisione di materiali didattici. Alcune università, tra cui la Federico II di Napoli, hanno anche attivato borse di studio dedicate”. Dall’esperienza è nato anche un libro scritto insieme a una delle studentesse coinvolte nel progetto: “Il diario da Gaza”, testimonianza diretta della vita quotidiana e della resistenza culturale durante la guerra.

Fabio la sua vita l’ha costruita all’estero. Ha tre figli, Alvin, Roma e Giulia, e la moglie, Manar, è siriana, conosciuta anni fa durante un’esperienza in Medio Oriente. Guardando al futuro, però, non esclude nuovi cambiamenti. “Il Regno Unito mi ha dato molto dal punto di vista professionale. Ma negli ultimi anni la situazione economica è cambiata: il costo della vita è aumentato, le università stanno attraversando una fase difficile e anche il sistema sanitario ha subito molti tagli”. Quale potrebbe essere la meta? “Forse in qualche paese del Golfo, dove il sistema universitario sta investendo molto nella ricerca”. Una cosa però rimane chiara. “Quello che dovevo fare nella ricerca l’ho fatto. I miei lavori scientifici sono lì, sparsi nel mondo. Mi dispiace solo che gran parte di questo percorso sia avvenuto lontano dall’Italia”.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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