Società | di Redazione Il Fatto Quotidiano
21 luglio 2010
La frontiera del giornalismo si chiama blogger Nuovi reporters affidabili e trasparenti
Informazioni che arrivano dalla società civile, interazione in rete e soprattutto velocità e accuratezza. Gira su internet il giornalista contemporaneo, spesso più avanti di quello che utilizza strumenti tradizionali
Tuttavia l’equiparazione con i media tradizionali è ancora lontana. In Italia un blog, per acquisire credibilità, deve passare attraverso la cruna del tubo catodico. Ne è un esempio Diego Bianchi , meglio conosciuto come Zoro, apprezzato dal grande pubblico solo dopo lo sdoganamento su Canale 5 (Matrix), RaiTre (Parla con me) e La7 (Tetris). Gli Stati Uniti, invece, pare stiano scrivendo un copione a parti inverse: da New York a Washington sono le testate a setacciare la Rete alla ricerca di blogger da inserire nel parco firme. Infatti, come ha spiegato Alex Williams sul New York Times, il blogger è un professionista in grado di anticipare la notizia. I loro nomi sono Foster Kamer del Village Voice, assieme a Lockhart Steele, Sara Polsky e Lilit Marcus.
Kamer, 25 anni, ha iniziato la sua carriera su BlackBookMagazine fino ad approdare al Village Voice. Lo scorso marzo ha messo a segno lo scoop sulla faida dei giornalisti di Wall Street, quando ha scoperto che dietro al licenziamento del cronista John Carney, c’era Henry Blodget, il cofondatore del gotha online della finanza Usa “The Business Insider”.
“La visibilità sui media tradizionali non è un obiettivo, ma una logica conseguenza”, spiega Kamer. “Il New York Times, ad esempio, vuole che i suoi migliori reporters, come David Carr e Brian Stelter, siano anche blogger. I quotidiani stanno investendo in questa direzione anche grazie alla trasparenza con cui molti blog fanno informazione”.
Riferendosi al nostro paese, Kramer è convinto che “I siti di informazione dovrebbero lasciare più spazio agli user generated content e più in generale alle notizie che circolano in Rete”. Ma anche la politica deve fare la sua parte, ad esempio “Negli Stati Uniti l’ammissione degli internet reporters nella White House Press Pool di Barack Obama ha ridotto il divario tra vecchi e nuovi media”. Brooks Jackson, già corrispondente per la CNN, è uno dei fondatori di FactCheck, un sito deputato a monitorare l’affidabilità delle dichiarazioni e delle notizie della politica americana. Secondo lui la credibilità è tutto per il citizen journalism e in questo non differisce dall’informazione tradizionale.
Per Jackson “I giornalisti guadagnano la reputazione che meritano a prescindere dal contenitore, che sia Internet o i giornali o la televisione”. E la Rete offre molti spunti per arricchire il prodotto: “Il web ci consente di inserire note a piè pagina cliccabili, link a documenti ufficiali. Così i lettori possono risalire alla fonte e, se vogliono, approfondire da sé”.
Se è vero che la credibilità va a braccetto con la verifica tempestiva delle notizie, allora bisogna essere rapidi. “Il web permette di postare una notizia in tempo reale, puntualizza Lilit Marcus, blogger di Huffington Post ed editor del cliccatissimo “The Gloss”.
Probabilmente, occuparsi di gossip offre maggiori opportunità di successo visto ad esempio il boom di TMZ ed Egotastic, che spesso sono più rapidi ed efficaci delle testate tradizionali. “Il successo è dovuto alla competenza specifica, che si tratti di moda o politica. Se poi sviluppi un buon network di relazioni e il nome circola nell’ambiente, sei sulla strada giusta. E ora che i bloggers sono invitati nei talk show in veste di opinionisti – conclude Lilit – il confine è stato superato”.
Via libera allora agli user generated content, ma con un’attenzione particolare alla credibilità. Rachel Sterne è la responsabile della piattaforma GroundReport, un sito che si avvale di 5000 citizen journalist in tutto il mondo. Lei sostiene la necessità di verificare le notizie: “Abbiamo due redattori a tempo pieno e 20 volontari in stile Wikipedia che controllano ciò che riceviamo. Sono tutti esperti del settore, reporters o studenti di giornalismo”. In merito al rapporto fra la qualità e la remunerazione la Sterne non ha dubbi: “Sono fattori più legati al prestigio di vedersi pubblicati su testate autorevoli. Molti editorialisti di Huffington Post, ad esempio, non ricevono alcun compenso ma guadagnano visibilità”.
Accuratezza, costanza e affidabilità sono le chiavi per essere dei blogger di successo. Speriamo che anche in Italia qualche quotidiano vada a spulciare in Rete per ampliare il proprio parco firme. Con professionisti che garantiscono rapidità, trasparenza e che soprattutto accettano il confronto con il lettore. Con i blogger.
di Eleonora Bianchini



Non ci siamo proprio. I blogger (tranne rari casi che attirano sponsor) non possono permettersi di fare i giornalisti.
Lo spiego, come giusto, sul mio blog:
http://unsentire.splinder.com/
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E invece si che ci siamo.
E’ il momento che intercorre tra la l’evento, il fatto e la notizia che è fulminante e brevissimo e fà (può fare) del blogger un giornalista. Un giornalista non necessariamente siede alla scrivania a battere l’articolo al pc o ha il taccuino e la matita in mano…
L’accuratezza, la trasparenza e la chiarezza nell’esposizione dei fatti sono ciò che creano (possono creare) “il giornalista”: colui che dà la notizia, colui che filtra i fatti e li rende fruibili e pronti al pubblico per essere letti, capiti, assorbiti o ignorati.
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Io non credo proprio che si possa fare, a meno che tu non intenda fare il giornalista come riprendere le notizie dai quotidiani e magazine e riportarle/commentarle. Un blogger non ha i mezzi per fare il giornalista, non ha l’organizzazione per fare il giornalista, non ha i soldi per fare il giornalista. Infatti, quante inchieste di rilevanza hai visto fare da un blogger italiano? Poi se qualcuno ha tempo/soldi per cercare di fare questo tipo di “lavoro” (sperando lo faccia per il contenuto e non solo per trovare visibilità personale) lo può pure fare, ma rimane comunque un caso piuttosto isolato. La mia opinione rimane che il blogger deve esprimere IDEE. Ciao.
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Cito solo una frase di Karl Marx che credo sia una delle più felici e illuminanti mai sentite:
“La prima libertà della stampa consiste nel non essere mestiere”.
Fare blog vuol dire fare anche giornalismo. Soprattutto oggi.
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A parte il fatto che sarebbe ora di liberare davvero l’informazione e permettere a chiunque di fare giornalismo e perché no di farsi il proprio “giornale” senza i tanti-mille vincoli lacci e lacciuoli della burocrazia italiana. Ma chiedere questo temo che sia un po’ come chiedere ai parlamentari di tagliarsi i tanti privilegi.
Solo un’altra nota.
Un blog non è un contenitore unidirezionale, dove il giornalista o il blogger scrive e i lettori commentano, ma dovrebbe essere uno strumento bidirezionale, dove l’autore oltre a pubblicare articoli, interagisce anche con i lettori.
Fare diversamente e continuare a chiamere “blog” certi contenitori ha ben poco senso secondo me.
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Ho notato che parecchie volte nel vostro sito parlate degli Stati Uniti, di cosa succede negli Stati Uniti, di quello che fanno gli americani, additandolo ad esempio da emulare. E’ un atteggiamento che riscontro in tutti i media ufficiali italiani e anche nelle linee guida del governo soprattutto nel campo dell’istruzione, e trovo che sia non solo infondato ma anche offensivo. Io che vivo negli Stati Uniti da ormai 10 anni vi posso assicurare che ci sono tante cose che funzionano qui ma anche molte altre che non funzionano. E sono convinta al 100% che ci sono moltissime cose in Italia che funzionano o funzionerebbero se solo non si cercassero le solite scappatoie e non vigesse la legge del piu’ furbo. Il giornalismo americano e’ in crisi. I telegiornali sono delle buffonate, la CNN ha perso ogni autorevolezza. Si salva solo certa carta stampata per antica tradizione, ma parecchi scandali negli ultimi decenni (plagio, infondatezza delle informazioni) hanno minato pure quella. Il giornalismo investigativo regge, ma ci sono molti giornalisti validi anche in Italia. Non guardiamo sempre l’erba del vicino, vi prego. Almeno voi. Grazie dell’attenzione.
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Anche perché in USA secondo me non esiste una reale democrazia, ma l’applicazione di un sistema che porta all’omologazione delle idee e delle azioni… qualcosa che si sognava di realizzare nel piano di rinascita democratica della P2, e che in parte in Italia si sta concretizzando.
E’ l’idea che non esistano più ideologie, ma una, due o tre varianti della stessa minestra che però portano avanti (con piccoli distinguo, a volte importanti, ma sostanzialmente irrilevanti) un unico progetto, che a me sembra più vicino alle lobbies e ai potentati che non ai cittadini.
L’informazione segue a ruota.
Io non ho mai capito chi si spertica in lodi per il sistema USA (anche il sistema giudiziario USA ha falle a non finire, molto meglio tenerci stretto quello italiano con le dovute correzioni finalizzate all’efficienza), che, non dimentichiamocelo, a represso più volte, e non solo a parole, ideologie considerate “sovversive” o comunque contrarie all’interesse di molti.
Poi per carità, ci sono tanti bei principi scritti, tanti diritti tutelati, ma se facciamo le somme, siamo davvero così sicuri che questo sistema sia un modello?
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D’accordissimo con Ivan. Gli USA non possono proprio essere un modello in niente (o quasi).
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Messora oggi, ha chiuso il suo blog per mancanza di fondi. È palese quindi che in Italia questo non può essere una professione, ma una passione.
Vorrei anche sottolineare come in Italia pullulino i Blog di informazione. Credi che sia sintomatico di qualcosa.
http://carloruberto.blogspot.com/2010/07/prestigiacomo-ministro-ad-honoris-causa.html
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Segnalo con amarezza la chiusura del blog Byoblu, uno dei blog più belli del panorama italiano, a cura di Claudio Messora.
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già, un peccato la chiusura di byoblu.com
Altro che nuova frontiera del giornalismo, da noi mancano solo il MinCulPop e l’OVRA e poi siamo a posto…
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quando ho saputo che avrebbe chiuso mi è venuto un coccolone. Dice che è solo temporaneamente, ma dobbiamo aiutarlo. TUTTI. Comprate i DVD e donate… per la libertà d’espressione!!!
http://vitainpillole.wordpress.com/
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Rimane il fatto che continuano a servire anche gli aggregatori di questi blog-giornalisti… il Vs. giornale (sia cartaceo che web) ne è un ottimo esempio!
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Qualsiasi cosa che abbia a che fare con il “sentimento” e la “pratica” della cittadinanza in Italia è un lusso: che si può permettere chi è disponibile a convivere con la frustrazione, spesso l’isolamento, a volte pesanti ritorsioni e ovviamente a proprie spese (costi diretti, indiretti e derivanti).
http://speziapolis.blogspot.com
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fin da ragazzina ho ammirato l’uomo più libero delmondo0, Diogene che rispose alla domanda di Alessandro Magno “spostati perchè mi togli la luce del sole”
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Oltre a blogger ci sono anche podcasters. Un chiaro esempio ne e’ Dan Carlin (dancarlin.com). Commentatore politico radiofonico negli anni ’90 si e’ reso indipendente affidando le proprie idee a podcast come Common Sense. Rendendosi libero da linee editoriali non compatibili con la sua visione del mondo. Un po come Grillo si e’ reinventato con un blog.
Per quanto bloggers e podcasters nella stragrande maggioranza (ci sono miliardi di blog li fuori) siano ben lontani da una anche mediocre qualita’ di certo si possono trovare rare perle che sanno mettere a frutto le loro caratteristiche primarie: l’indipendenza e la forte passione che li guida.
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Sarà… intanto Byoblu.com chiude i battenti: tutti a stracciarsi le vesti, ma nessuno a muovere un dito.
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credo che il punto sostanziale sia la “bradipicità” del nostro paese. qui tutto è lento, tutto fa fatica a prendere il volo. siamo un paese tradizionalista. e geneticamente portato alle cricche.
qualche giornale mette a disposizione degli spazi gratuitamente, ma è evidente che la probabilità comunicare un’idea o aprire un dibattito, in questo modo, è pressoché nulla.
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Non sono convinto da questa analisi.
Nel post si confondono insiemi diversi di professionalità che possono avere, ma non necessariamente hanno, sottoinsiemi comuni. Mi spiego: il citizen journalism è indipendente dallo strumento, sebbene è ovvio che sulla rete sia più semplice e meno costoso. Fare il blogger è altra cosa ancora. I due insiemi “citizen journalists” e “bloggers” possono avere ( ma non necessariamente hanno) un sottoinsieme comune.
L’User generated content, non mi convince. Secondo me si può estendere senza alcun problema alla Rete e al giornalismo quello che nel lontano 1978, età pre-web, Milan Kundera scrisse argutamente nel “Libro del riso e dell’oblio”:
«L’incontenibile aumento della grafomania … mi dimostra che ogni uomo, senza eccezione, porta in sé lo scrittore come una sua potenzialità, tanto che tutta la specie umana potrebbe a buon diritto scendere per strada e gridare: Noi siamo tutti scrittori! Tutti, infatti, soffrono all’idea di scomparire senza essere stati visti né uditi in un universo indifferente e per questo vogliono, finché sono in tempo, trasformare se stessi nel proprio universo di parole. Quando un giorno (e sarà presto) dentro ogni uomo si sveglierà lo scrittore, saranno tempi di sordità e incomprensione generali».
Il vero problema è sempre lo stesso: accuratezza, costanza, affidabilità, trasparenza, cioé verificabilità, accountability. Necessarie solo ai blogger, ma a qualsiasi giornalista. Indipendentemente dal media che usa.
Quanto al fatto che tutti i media “tradizionali” (carta, radio, tv) spingono, anche in Italia, perché le proprie “firme” gestiscano blog interni, è spiegato con la mera necessità economica di massimizzare i contatti. Più lavoro, stessa paga.
In Italia resta molto difficile per un blogger entrare in un giornale per il solo fatto di avere un blog, anche per lo stato di crisi generale dell’editoria, con centinaia e centinaia di giornalisti “articolo 1″ che verranno prepensionati.
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SEGNALO IL BLOG: MILANO SEGRETA
E’ molto interessante!!!
guardatelo, pubblicizzatelo.
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Grande confusione sotto il cielo, specie se tra l’informazione alternativa ci metti Zoro, salito alle cronache per aver messo on line un finto reportage sulle Olimpiadi di Pechino. E’ andato avanti per giorni fingendo di incontrare questo e quello, poi smascherato, ha ammesso che scriveva dalla spiaggia laziale dove si trovava in vacanza…
aldo vincent
http://www.facebook.com/aldo.vincent
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Salve, sono un volontario di Global Voices in italiano (progetto mondiale che realizza reportage usando i citizen journalist dei Paesi del mondo che vengono esclusi dal flusso di informazioni dei grandi media); sappiamo bene quanto sia difficile, in Italia, approdare ai media mainstream e arrivare alla gente…
Noi, dopo due anni di attività online e gran lavoro a tutto campo, ora abbiamo avviato qualche partnership, uno spazio quotidiano su “lastampa.it”, collaborazioni sparse con Alias, supplemento del Manifesto, PeaceReporter e altri progetti in ballo (anzi, se al “Fatto” interessa, noi ci saremmo…) ma è stata e rimane dura…il punto e’ che se non verranno valorizzati gli operatori di un settore ancora agli inizi, si rischia di lasciare tutta una categoria di persone che sul CJ si sta formando da qualche anno nel dimenticatoio, costretti a procedere da volontari fino a esaurimento forze…
In ogni caso, ci trovate qui: http://itglobalvoicesonline.org
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Messora non era credibile, pur di raccogliere visibilità ha inanellato una serie post incredibili
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Le intercettazioni si possono pubblicare, ma non si possono fare. Via libera alla stampa e confermato lo stop ai magistrati.
Alfano è furbo, forse è riuscito a convincere Fini, spero non con un Bocchino, ma la porcata rimane.
I giornali, se vogliono pubblicare le intercettazioni, se le devono fare illegalmente ed a spese proprie, i pali, i paletti, i fossati, i semafori, le rotonde che intralciano e praticamente impediscono le intercettazioni rimangono tutti. Come prima e più di prima.
Alfano è furbo, il caudillo finge di essere deluso, tutti sponsorizzano l’equilibrio raggiunto all’interno della maggioranza.
Persino Cicchitto non è partito all’attacco come al solito anzi, indicando lo specchietto per le allodole, aggiornato per i boccaloni, ha sentenziato: le pubblicazioni delle intercettazioni si potranno fare subito dopo la prima udienza, abbiamo raggiunto un buon equilibrio e libera stampa.
Piccolo particolare nascosto da tutti, dai finiani che hanno cantato vittoria a chi si è fatto prendere da facili entusiasmi, che io definisco troppo facili.
Le intercettazioni si possono pubblicare ma non si possono fare per farle ci vuole l’ok di tre magistrati, del Gabibbo e di Mastro Lindo, non è detto che nella stesura finale sia previsto anche l’ok della cupola interessata, mafiosa, camorrista o dell’ndrangheta.
Continua…
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Bhè chi ha il pane non ha i denti. Conosco una caporedattrice della carta stampata e le notizie che scrive o che “deve” scrivere non sono mai come quelle che dovrebbe… Insomma chi ha i soldi per fare il lavoro di giornalista come dici non può sicuramente dire tutto ciò che pensa, dato che è stipendiato da qualcuno che “lo comanda” e questo per l’informazione non è certo il massimo. Il Blogger esprime sì delle IDEE certo! E in questo momento il Web non è strettamente normato come la carta stampata e c’è molto piu margine nel dare una NOTIZIA on-line in modo, diciamo così, inusuale, così, con il pretesto di esprimere il proprio parere si riesce anche a dare maggiore informazione….
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A me sembra che nella sfida blogger/giornalista professionista il blogger riesca a fare meglio due cose: esprimere le sue idee in modo indipendente e riportare notizie altamente specialistiche che lui conosce in modo diretto perchè vive in un determinato luogo o svolge una determinata professione. Per le grandi inchieste di ampio respiro serve il tempo, il denaro e l’esperienza di un giornalista professionista.
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