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di Antonella Mascali | 19 luglio 2010

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Borsellino e la battaglia culturale

Manca come l’aria un uomo, un magistrato rigoroso come Paolo Borsellino. Lo avevo incontrato neppure un mese prima della strage. E anche se il senso della morte lo inseguiva, anche se era disperato per aver perso il “fratello” Giovanni, come sempre di fronte a una ragazza, o a un ragazzo, che voleva capire, Borsellino c’era sempre. I giornalisti alle prese con i primi articoli, li riceveva con più riguardi delle grandi firme.

Impossibile, come per milioni di italiani, cancellare dagli occhi lo scempio in via D’Amelio. Anche se la memoria di questo Paese è corta, troppo corta. Ma proprio per questa ragione abbiamo il dovere di ricordare. E di fare in modo che i familiari delle vittime che chiedono giustizia, abbiano fiato e sostegno.

Per la prima volta siamo davvero vicini alla verità su quella strage che non è stata certamente opera solo di Cosa Nostra, come era vidente già da subito. Così come per gli altri attentati del ’92-’93 che hanno provocato altri morti innocenti.

La partita che un pezzo dello Stato sta giocando con un altro pezzo dello Stato-anti Stato è fondamentale vincerla, se si vuole che l’Italia possa diventare finalmente una democrazia compiuta.

La battaglia è politica, giudiziaria e civile. I condannati definitivi, per legge non devono essere parlamentari. Almeno per determinati reati, le segreterie dei partiti devono escludere candidati indagati. Deputati e senatori devono essere eletti, non nominati, come avviene di fatto oggi con una legge elettorale vergognosa.

Nessuno deve potersi permettere di definire un mafioso “eroe”, tantomeno un senatore e un presidente del Consiglio, senza che ci sia una rivolta delle coscienze. Il furbetto, il delinquente, ma simpatico, non deve più piacere. Per arrivare a questo traguardo è necessaria una grande battaglia culturale. Giorno dopo giorno. In grado di costringere la classe politica, al governo e all’opposizione, a operare per il bene comune. Ecco perché il controllo delle televisioni (secondo il Censis il 70% degli italiani vota ancora in base a ciò che sente al telegiornale) è fondamentale per Berlusconi. Ecco perché la cultura con la C maiuscola fa paura a lui e a chi vuole lo status quo.

Il premier nel novembre scorso ha dichiarato che avrebbe voluto “strozzare” chi ha fatto la serie della “Piovra” e chi scrive libri di mafia “che non ci fanno fare una bella figura”. Cinque mesi dopo, ad aprile, ha ribadito il concetto – semmai non l’avessimo capito – durante una conferenza stampa a palazzo Chigi : “La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo, ma è quella più conosciuta anche per i film e le fiction che ne hanno parlato, come la serie della Piovra e la letteratura. Gomorra e tutto il resto”.

Al presidente del Consiglio vogliamo rispondere non con i nostri libri, o con i nostri articoli, che continueremo a scrivere, ma con le parole di chi ha pagato con la vita la battaglia contro la mafia. Non solo attraverso le indagini ma anche con la diffusione della cultura della legalità.

Purtroppo i giudici possono agire solo in parte nella lotta alla mafia. Se la mafia è un’istituzione antistato, che attira consensi perché ritenuta più efficiente dello Stato, è compito della storia rovesciare questo percorso, formando giovani alla cultura dello stato e delle istituzioni”. Paolo Borsellino

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Giovanni Falcone

Si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no !..I consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica”. Paolo Borsellino.

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