L’esaurimento nervoso a sedici anni per aver studiato in latino i 35 volumi di San Tommaso, l’assenza di paura per la morte contrapposta al terrore di perdere le capacità cognitive, e la ferma condanna dell’intelligenza artificiale: “Un orrore, i robot non avranno mai un’anima”. In una densa intervista al Corriere della Sera, Paolo Del Debbio mette da parte la cronaca politica per affrontare i nodi crudi della fede, del dubbio e della sofferenza. Un’autoanalisi esistenziale e rigorosamente analogica, confermata dalla scelta quotidiana di continuare a scrivere i propri saggi filosofici battendo con due dita sui tasti di una Olivetti 32.
A partire da un retroscena intimo e sorprendente sulla sua adolescenza: “Più che farmi prete, a 16 anni volevo ritirarmi dalla confusione del mondo, per studiare e meditare; e questo me lo sono portato dentro. Presi un esaurimento nervoso perché in due anni avevo letto la Summa Theologiae di San Tommaso: 35 volumi con testo a fronte, ma il professore di filosofia, un prete, mi costringeva giustamente a leggerli in latino”. Una vocazione alla speculazione che si scontra frontalmente con le derive tecnologiche odierne, duramente condannate riflettendo sulle parole dell’ultimo pontefice: “Un orrore. Dio ci salvi e ci benedica: l’anima in un robot non ci sarà mai. E senza l’anima, senza lo spirito, l’uomo non trascende se stesso; resta schiavo del suo corpo e del suo mondo materiale. Gli manca la parte più bella della vita”.