“Noi genitori siamo fragili e in questo non c’è niente di male, dopodiché stiamo negando questa fragilità, la stiamo negando ai nostri figli, non ci stiamo assumendo la responsabilità che siamo noi quelli inadeguati”. È una diagnosi spietata e priva di sconti quella che Stefania Andreoli traccia sugli adulti contemporanei. Prima di diventare una delle psicoterapeute più celebri d’Italia, però, è stata un’adolescente anticonformista capace di spingere al limite la pazienza familiare: “I miei si vergognavano tanto di me. Ero rasata con i capelli a spazzola, le catene, i lucchetti, le spille da balia, seduta per terra a chiedere l’elemosina in centro a Busto. Era roba punk. Molto punk”.
Intervistata da Omar Schillaci per SkyTg24, la 47enne guarda alla propria evoluzione con assoluta lucidità, partendo proprio dall’infanzia a Busto Arsizio segnata dalla sensazione perenne di essere fuori posto. “Ero una bambina che secondo me faceva già dei pensieri un po’ strani“, ricorda, ammettendo che quell’inclinazione “poi è stata utile, sono stata fortunata ad averla con me”. Persino il nome, in un asilo popolato quasi esclusivamente da bambine chiamate Chiara, contribuiva a farla sentire diversa. Fino all’assimilazione di un’attitudine che non ha mai cercato di nascondere: “Sono sempre risultata molto antipatica, fin da bambina, ho sempre dato quest’idea che me la tiravo. Molto probabilmente è vero. Oggi ne ho fatto un tratto più sottolineato, più evidenziato, più esasperato per potermene appropriare”.