Il figlio perduto, Moravia, Pasolini e la Callas - 4/4
Il capitolo degli amori e delle amicizie intellettuali è il cuore pulsante del Novecento italiano. Del primo, breve matrimonio con il pittore Lucio Pozzi, la scrittrice svela la ferita più profonda: “Doveva nascere un figlio. Invece poi è morto, al settimo mese. Lì è finito il matrimonio. Mi dispiace non avere potuto conoscere quel figlio che se ne è voluto andare troppo presto”.
Poi i 18 anni al fianco di Alberto Moravia: “Cosa ho amato di lui? La sua infantile allegria, la sua sapienza, la sua generosità. L’ho amato come si ama un padre ma anche un figlio”. Quando l’amore finì (“L’amore come passione e sesso finisce sempre. Lui si innamorò di Carmen”), rimasero indissolubilmente legati. Erano gli anni di una formidabile e irripetibile comunità intellettuale (“Oggi purtroppo questo non succede più. Ci si vede solo in occasioni pubbliche”), vissuta viaggiando in Africa con Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. “Pasolini? Prima una discreta amicizia, poi quando mi ha chiesto di collaborare alla sceneggiatura delle Mille e una notte è diventata un’amicizia molto intensa”. E sulla Callas, compagna di viaggio in Mali, Maraini sfata il mito della diva capricciosa: “Quando l’ho vista arrivare in blue jeans e maglietta semplice ho capito che mi ero sbagliata. L’ho scoperta bambina, un drago sul palcoscenico ma fragile e indifesa nella vita. Pier Paolo l’ha amata, ho assistito al loro amore, anche se era solo platonico”.
Alla vigilia dei 90 anni, Dacia Maraini confessa di non temere la fine: “Non ho paura della morte. Mi dispiace solo lasciare la vita che amo. Mi fa paura la malattia e il non essere indipendente”. E mentre la rabbia le sale di fronte a “la menzogna, l’egocentrismo e il potere visto come licenza di sottomettere”, lo sguardo è già rivolto al prossimo romanzo: “Un libro sulla famiglia. Forse su mia madre, che è stata un esempio di coraggio e generosità”.