L'infanzia in Giappone e l'orrore del campo di concentramento - 2/4
Il nastro dei ricordi si riavvolge fino agli anni ’40, in Giappone, dove il padre Fosco (antropologo antifascista) e la madre Topazia Alliata si erano trasferiti. Nel 1943, il rifiuto dei genitori di aderire alla Repubblica di Salò costò alla famiglia la deportazione. “Mia madre era una donna di un coraggio leonino”, ricorda Maraini al Corriere. Alla proposta dei giapponesi di affidare le figlie a un orfanotrofio per salvarle, la donna rispose: “No. Se dobbiamo morire, moriremo insieme”. Il racconto della prigionia a Nagoya è crudo: “Non era un campo di sterminio, ma ci stavano uccidendo con la fame. Per mancanza di proteine e vitamine abbiamo cominciato ad ammalarci di beriberi, di scorbuto, di anemia perniciosa. Perdevamo i capelli e i denti, eravamo ridotti pelle e ossa. Mangiavamo solo un pugno di riso”.
La salvezza arrivò grazie a un gesto estremo del padre, che per ottenere cibo per le figlie si mozzò un dito: “Prese un’accetta, si tagliò un mignolo sul ceppo e lo gettò addosso al capo dei carcerieri. Nella cultura samurai giapponese questo rito si chiama yubikiri. L’atto dimostra che hai coraggio e ottieni un certo rispetto”. Dopo quel gesto, i carcerieri portarono una capretta che forniva latte, salvando la vita alle bambine.