Segnatevi questa data sul calendario: venerdì 13 novembre 2026. Secondo un allarmante calcolo matematico pubblicato sessantaquattro anni fa, quel giorno l’umanità raggiungerà il suo punto di rottura irreversibile. Non moriremo di fame, né per un olocausto nucleare o per una pandemia globale, ma finiremo letteralmente schiacciati gli uni contro gli altri per la totale mancanza di spazio fisico sulla Terra. È questo lo scenario da incubo tratteggiato nello studio “Giorno del giudizio: venerdì 13 novembre 2026″, pubblicato nel novembre del 1960 sulla prestigiosa rivista Science.
A firmare l’analisi, che all’epoca scatenò il panico mediatico finendo persino sulle pagine del Time Magazine, fu lo scienziato Heinz von Foerster insieme a un team di colleghi. Alla base del loro teorema c’era il concetto di “crescita iperbolica”. Secondo lo studio, i progressi esponenziali della medicina e della tecnologia avrebbero modificato l’ambiente in modo tale da sostenere una quantità di vita sempre maggiore, accelerando la riproduzione umana a dismisura. Nessun timore per i raccolti: i ricercatori erano convinti che le tecnologie agricole avrebbero garantito cibo per tutti.
Il vero problema era puramente geometrico e spaziale. Tradotto in termini semplici, quando il numero al denominatore di una frazione diminuisce progressivamente, il valore complessivo aumenta. Utilizzando una curva basata su stime storiche della popolazione risalenti all’Impero Romano, l’equazione di Foerster indicava che il denominatore si sarebbe inesorabilmente azzerato proprio il 13 novembre 2026. Il risultato? Un numero infinito di individui stipati nel volume limitato del nostro pianeta. Per scongiurare tale singolarità letale, “lo studio auspicava un tempestivo intervento umano”.