La vita di Erminia Manfredi dai teatri al mondo dello spettacolo - 2/3
La sua storia comincia lontano da Roma e dai teatri. Figlia di un direttore d’albergo impegnato nelle allora colonie italiane d’Africa, aveva trascorso parte dell’infanzia e della giovinezza in Libia e in Etiopia, seguendo gli spostamenti della famiglia. Un’esistenza non convenzionale, segnata da luoghi e atmosfere diverse, prima del trasferimento nella capitale, nel 1950. Aveva diciotto anni, poco più, e la necessità di lavorare. “Avevo bisogno di lavorare, perché mio padre aveva un debito importante”, avrebbe raccontato ricordando quegli anni. A Roma trovò impiego come indossatrice in diverse sartorie, fino ad approdare alla maison di Roberto Capucci, uno dei nomi destinati a segnare la storia della moda italiana. Un’esperienza fondamentale, non soltanto per la possibilità di lavorare in un ambiente prestigioso, ma anche per la formazione e la conoscenza di un mestiere che avrebbe continuato ad accompagnarla.
“Una grande fortuna per me”, ricordava, sottolineando quanto avesse imparato frequentando la sartoria e osservando il lavoro quotidiano dell’atelier. Proprio intorno a quel mondo, a pochi passi dal Teatro Sistina, si muovevano alcuni dei protagonisti della scena teatrale e cinematografica romana. Tra loro c’era un giovane Nino Manfredi, all’anagrafe Saturnino, attore ancora lontano dalla popolarità che avrebbe raggiunto negli anni successivi. A farli incontrare fu un’amica comune, Rosy Bonagura, che aveva intuito una possibile affinità tra i due e si era impegnata, con una certa ostinazione, a favorire l’incontro. La prima conoscenza fu organizzata a Milano, durante un viaggio di lavoro di entrambi. Una cena in un ristorante storico, il Don Lisander, vicino alla Scala. Un appuntamento preparato quasi di nascosto, con una piccola regia dell’amica comune, che aveva raccontato a ciascuno che l’altro desiderava conoscerlo.