Salvador Dalí, i carboidrati di Fellini e le droghe di Bowie - 4/4
L’intervista ripercorre anche gli incontri titanici che hanno segnato la sua vita. A partire da Salvador Dalí, conosciuto nella Parigi del ’68 (“Facevo la modella, ma mi vergognavo di dirlo”). Un incontro iniziato con un equivoco: “La prima volta mi disse che il mio volto sembrava un teschio. Mi offese: ‘Ma guarda questo imbecille’, pensai. Lui si accorse che ci ero rimasta male e provò a rimediare: ‘Ma guardi signorina che le ho fatto un complimento perché l’ossatura è ciò che sostiene tutto l’edificio, se lei sotto non ha questa armatura, questo scheletro meraviglioso, tutto l’edificio è destinato a crollare'”. Fu una relazione intellettuale totalizzante. “Passare qualche anno con lui fu meraviglioso. Il sesso era qualcosa di totalmente astratto, ma era un professore, un guru. E tra tutte le modelle scelse me che ero sempre nell’angolino, depressa, a piangere. Nessuno mi aveva mai parlato come lui, di solito gli uomini mi mettevano una canna in bocca e mi portavano a letto. Un vecchietto con l’alito pesante e un fascino pazzesco quando parlava d’arte, letteratura e cinema. Non mi sono mai annoiata. Mi prendeva le mani, mi guardava negli occhi e recitava una poesia di García Lorca. Mi innamorai perdutamente di questo signore che riempiva la mia vita fino all’invadenza“. Pur subendone il fascino, non gli risparmiava critiche feroci: “Gli dissi: ‘Non capisci niente, a te piace Picasso che dipinge come un bambino di tre anni'”.
Fu proprio Dalí a spedirla a Roma da Federico Fellini, in una sequenza dal sapore cinematografico: “Arrivo davanti al maestro e quello mi guarda e dice: ‘Sei bellissima, inutilmente bella. A me serve una gigantessa con tre tette, una nana che fuma, una circense: non vai bene’. Poi mi osserva meglio: ‘Ragazza, sei troppo magra. Andiamo a pranzo’. Mi riempì di cibo fino a farmi stare male. Appena ripulivo il piatto lui chiamava il cameriere: ‘Un altro spaghettino che la nostra Amanda ha ancora fame’. Poi mi salutò: ‘Torna da me quando sarai brutta’. Ora potrei, ma Federico non c’è più”.
E poi c’è il capitolo David Bowie. “Dovrei dirne molte perché Bowie è stato un genio. Era brutto, ma possedeva un carisma assoluto. Aveva i denti storti, un occhio su e uno giù, però affascinante. Si innamorò di una mia foto e passammo un paio d’anni insieme. Poi me ne andai: troppa droga. A me la droga non è mai piaciuta e poi lui non era innamorato di me”.
Nessun rimpianto, nessun bilancio malinconico. A chi le chiede se lasciare la sua eredità ai gatti, risponde secca: “La burocrazia sembra impedirmelo, ma troverò un modo. Non voglio essere la più ricca del cimitero”. Ma la conclusione vera è una sfida frontale al tempo: “I rimpianti sono come i discorsi sulla morte. Inutili. Tanto non morirò mai”. Il motivo? “Perché sono curiosa, di creare, di immaginare, di incontrare gente nuova”.