La voce grossa, le paure e gli errori pedagogici - 2/4
L’allegria per Amanda Lear non è leggerezza, ma “un antidoto, un esorcismo“. “Bisogna ridere sempre, soprattutto di se stessi. Io rido di tutto e tutti, non posso certo offendermi se ridono di me”. Un’attitudine nata non per spensieratezza, ma per sopravvivenza: “Quando ho capito di avere paura. Di tutto: della malattia, di un incidente, di sbagliare quando recito. Sono piena di paure, fin da bambina. E quando hai paura, da bambina, che fai? La superi. Vai avanti. Ti metti a fischiare, a cantare, provi a ridere dei tuoi fantasmi”. Persino la sua celebre timbrica androgina è nata come scudo: “Ho trasformato timori e complessi in desiderio di fare la voce grossa. Con quella voce ho cantato e fatto parlare di me. In mezzo, come è ovvio, ho commesso tanti errori”.
L’errore, rivendica, è essenziale. Anche quando si tratta di un matrimonio. “Il primo è stato sposarmi con un marchese. Una cazzata. Se sei un oggetto di desiderio e di seduzione, diventi subito qualcos’altro. Io diventai la marchesa, lo trova seducente? Io no”. Ma guai a parlare di rimpianti: “Sbagliare è fondamentale. Chi non fa errori compie disastri perché pensa di esserne immune e diventa presuntuoso. Nel passato ci sono incontri sbagliati, dischi brutti, pezzi che non avrei dovuto cantare e programmi che non avrei dovuto accettare. Ma l’errore è pedagogico, ti aiuta a non commetterne altri. Non ne rinnego nessuno”.