Francesca Michielin: "La vita mi ha insegnato che devo ascoltarmi" - 4/4
“Non giudico mai le scelte dei miei colleghi quando non le capisco, perché non so cosa li spinga a fare le cose in un certo modo. Quello che a volte viene visto come il male, magari è solo una paura che non viene compresa fino in fondo. Credo che molti colleghi non siano felici al cento per cento di quello che fanno: è un momento storico molto competitivo, escono un sacco di cose ogni weekend, e siete anche voi giornalisti siete stremati dalle conferenze stampa. A un certo punto ti chiedi cosa devi fare per emergere, a quali compromessi devi scendere. Siamo tutti un po’ spaventati dall’idea di non essere più visti, di non essere più qualcuno per gli altri, e allora facciamo scelte dettate unicamente dall’aspettativa: essere passati in radio, essere considerati su Spotify. Ma nel voler essere compiacenti perdiamo un po’ di autenticità, o peggio trasformiamo la nostra autenticità in un brand, in una forma di marketing: “faccio il disco acustico perché così sono più autentico”. Non è detto. Bisogna prendersi il tempo di esprimere la propria visione artistica, anche a costo di stare fermi per un po’ e di raddrizzare il tiro. Non tutti hanno quel coraggio, o quel lusso, perché magari la discografica ti dice che devi uscire con qualcosa. Io sono in una fase, probabilmente dovuta ai trent’anni, in cui faccio quello che mi sento di fare: la vita mi ha insegnato che devo ascoltarmi. Non è che non voglia dare al mio pubblico, anzi, voglio dare sempre di più. Ma voglio anche correre dei rischi, anche se possono costarmi qualcosa in termini di visibilità o di risultati”.