Il secondo capitolo di “Tutto è possibile” è più scuro e più autobiografico del primo. Geolier parla del successo, dei soldi e del lusso, ma lo fa quasi sempre per mostrarne il costo: solitudine, diffidenza, lontananza dai luoghi e dalle persone che lo hanno formato.
L’apertura è un monologo quasi privato. Il cantante dice di aver consumato tutte le matite per scrivere i nomi di chi lo ha tradito e che ora il quaderno è finito. Il tema è l’affetto: nessuno vuole bene a sua madre come suo padre, nessuno vuole bene a lui come sua madre. Parla dell’inchiostro dei tatuaggi che gli copre il corpo e di un fratello a cui ha regalato tutto. Racconta di aver visto la sua vita “lunga” nonostante l’età e dei ragazzi che si svegliano senza nessuno a cui mandare un messaggio. Il finale è un affondo ironico contro un “Manuele” (il suo vero nome è Emanuele Palumbo fa i conti con se stesso) che gioca al ricco al Gran Premio di Montecarlo senza capire nulla: un doppio di sé o il ritratto di chi ha dimenticato da dove viene.
“Leggenda” è il brano più sfacciato. Geolier elenca gli status symbol della nuova vita: gioielli Chrome Hearts, shopping da Louis Vuitton “come fosse Bernard Arnault”, borse Birkin, il jet privato, gli inviti alle sfilate di Milano. Sono quasi tutti attraversati da una vena autoironica. Il passaggio più significativo è però sociale: oggi il sindaco gli dà del “lei”, mentre lui dice di dare soldi a chi chiede il sussidio e non lo ottiene.