“Il cielo in una stanza” è una fotografia di “qualcosa che non poteva essere fotografato, ovvero un orgasmo” - 2/3
I detenuti e Sayf, per rafforzare l’intimità e la spontaneità dei loro incontri, si scambiano punti di vista (quasi sempre) dando le spalle alle camere. I volti, i nomi e i cognomi dei carcerati, e dello stesso rapper, passano così in secondo piano. Ciò che contano sono gli spunti di riflessione, le pause, le attese e le barre. “C’è un momento con le parole che hanno scritto i detenuti che rende un po’ l’idea di quello che volevano dire, da dentro. Penso che, della proiezione, ognuno ne debba cogliere un aspetto diverso. La persona comune penso debba capire che il detenuto non è una categoria di persona, ma solo una fase della vita di qualche d’uno”, ha proseguito Sayf a cui, come raccontato da Cabona, è stato “presentato il progetto un anno fa”. Poco dopo la proposta di collaborazione è arrivata, per il cantante di “Tu mi piaci tanto”, “un’impennata di carriera”, condita dal secondo posto al Festival di Sanremo 2026 e dal successo del disco “Santissimo”.
E, proprio dopo l’euforia del fine Festival, era stato proprio lo stesso Sayf a fermare il giornalista, riconfermandogli che avrebbe voluto realizzare il documentario. “Come a dire ‘io non dimentico le cose importanti’”, nonostante tutti i riflettori che, specialmente dopo la kermesse, aveva puntati addosso. “Il cielo in una stanza” è, inoltre, una traccia che permette, agli ascoltatori, di fornire delle singole e singolari interpretazioni.
È “una delle canzoni che maggiormente emozionava i detenuti – ha proseguito il giornalista -, perché”, al suo interno, “c’è tutto quello che un detenuto prova a proiettare fuori dal carcere”. Gino Paoli stesso diceva che, con ‘Il cielo in una stanza’, “aveva cercato di fotografare qualcosa che non poteva essere fotografato, ovvero un orgasmo. Quindi, al suo interno, c’è l’amore, c’è il sesso e c’è la libertà soprattutto. È una canzone che parla di cieli infiniti, di muri che crollano e quindi emoziona i detenuti”. Tramite la famiglia Paoli, che “ha dato la possibilità di usare il brano”, si è poi saputo “che Gino aveva fatto tantissime cose per i detenuti, come concerti e laboratori. E li ha fatti in silenzio, senza vantarsi”.