Emanuela Fanelli: “La felicità? Non solo lavoro” - 2/3
È lo stesso pudore, in fondo, che si intreccia con un altro tema centrale dell’intervista: il rapporto tra identità e successo professionale. Fanelli, che ha lavorato per dieci anni come maestra d’asilo prima di sfondare nel cinema e in tv, rivendica con forza la propria indipendenza dal giudizio legato alla carriera.
Alla domanda su cosa accadrebbe se il suo momento d’oro finisse improvvisamente, risponde senza esitazioni: “Per me non sarebbe un dramma, perché so di poter fare altro”. E aggiunge un concetto che è quasi una filosofia di vita: “Non affido la mia serenità alla realizzazione professionale che è precaria, la gente ti adora e poi non ti adora più”.
Un pensiero che nasce anche dalla sua storia personale: prima di diventare uno dei volti comici più amati del momento, grazie a progetti come “Siccità” di Paolo Virzì, “Call My Agent – Italia” e soprattutto “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, che le è valso il secondo David di Donatello, Fanelli ha amato profondamente il suo vecchio mestiere. Della sua esperienza con i bambini dice che le ha insegnato a togliersi ogni maschera, perché con loro bisogna essere sempre autentici.