“Il caso del 13enne che ha accoltellato la sicurezza è un segnale di un disagio ampio” - 3/4
Un 13enne ha accoltellato una professoressa. È un caso di cronaca recente estremo, ma può essere il segnale di un malessere più ampio?
Ciro: È un caso estremissimo, ma purtroppo sempre più comune. Vedo un inasprimento dei ragazzi, un modo di praticare la violenza così alleggerito da non far pensare alle conseguenze, al fatto che lo si sta facendo a persone reali nel mondo reale. È un malessere generazionale, anche se penso che ogni generazione abbia il proprio. Sicuramente manca una sorta di educazione affettiva: chi fa una cosa del genere ha avuto delle mancanze, più di quante ne abbiamo avute noi, pur avendole avute tutte. Mi sembra che ci sia uno scarico di responsabilità, un senso di colpa che quasi non esiste più perché tutto è un po’ “videogioco”, anche nel modo in cui si lasciano passare queste notizie: superficialmente, con lo scroll, il tempo di lettura di un titolo, senza conseguenze vere dietro. A volte, poi, questi casi finiscono strumentalizzati per diverse propagande.
Margherita: Quello che è successo è molto grave, soprattutto per l’età del ragazzo, 13 anni: ripensando a me a quell’età, mi sembra di appartenere a un’altra generazione. Non entro nel merito del fatto specifico, ma non penso sia giusto usare questo episodio per dire che tutti i ragazzi della nostra età siano violenti o che la nuova generazione abbia qualcosa che non va. Come dice Ciro, c’è un problema a monte, più ampio, nella società: molti ragazzi crescono esposti continuamente ai social. Io a 13 anni forse non avevo nemmeno il telefono, l’ho avuto molto tardi, oggi i ragazzini sono esposti sui social e accedono a qualsiasi tipo di contenuto in età precoce. Penso ci sia anche una difficoltà diffusa nel gestire rabbia e frustrazione, o un fallimento (un brutto voto, un’interrogazione andata male, un rapporto finito), mia mamma insegna a scuola, quindi ne sento parlare parecchio. Esistono problemi sociali che meritano attenzione: il rapporto con i social, la gestione della rabbia, dovrebbero essere affrontati anche a scuola, con un supporto psicologico, non perché la nuova generazione abbia problemi suoi, ma perché è esposta troppo presto a contenuti troppo grandi per la sua età.
Biagio: Credo ci sia l’impulso di crescere in fretta e sembrare più grandi di quello che si è, soprattutto quando c’è qualcuno che ti guarda, qualcosa da conquistare in una piccola società,che sia la scuola, lo sport, qualsiasi realtà. Forse abbiamo troppa fretta, tutto è più veloce, siamo esposti di continuo a notizie sui social, o ci troviamo a dover sembrare qualcuno che non siamo, qualcuno da cui ci si aspetta sempre qualcosa. Forse dovremmo affermarci di più e usare questi strumenti comunicativi per riflettere su noi stessi e sul fatto che siamo esposti a cose più grandi di noi.