Non vorremmo mai essere giurati nel dovere decidere quale sceneggiatura di un film premiare. Mentre per comparti come – ne elenchiamo alcuni tra i tanti – regia, montaggio, fotografia, scenografia e recitazione si possono abbozzare parametri abbastanza rigidi di analisi e giudizio, sulla scrittura permangono da tempo grossi interrogativi. Si premia la “storia”? La brillantezza dei dialoghi? La trama che scorre? Il dipingere scenari e scene (sempre che nello script ci siano)? Se poi capita un caso di scrittura come I figli della scimmia, premio Orizzonti a Venezia 83 nella categoria sceneggiatura a Tommaso Landucci (anche regista del film) e Damiano Femfert, il caso si complica. Chi entrerà in sala – il film esce in queste ore – si troverà di fronte un esile, ai limiti dell’invisibile, filo di scrittura e un altrettanto eterea dimensione di regia.
I figli della scimmia è un po’ un caso limite per il sempiterno comparto produttivo e relativo sbigliettamento del cinema italiano in sala. Un film che sta proprio lì a penzoloni su un crinale tra la sofferente perfettibilità e l’ininfluente minimalismo. Preparatevi perché nel film diretto da Landucci non accade nulla di narrativamente significativo (a confronto Le città di pianura è Hollywood Party), mentre la temperatura estetica si costruisce attraverso questi piani (semi)fissi in formato 4:3 – un abuso che l’autorialità italiana adopera oramai senza freni – con la regia che impasta e reimposta di continuo un’immagine in statico divenire attorno al probabile desiderio paterno del protagonista Dario (Riccardo Scamarcio), papà del dodicenne tetraplegico Enrico (Andrea Aggio), ma attento e vicinissimo ai bisogni del nipote adolescente Giacomo (Tancredi Naldini).
Appunto, siamo ad una riduzione quasi pulviscolare della scrittura e di sviluppo delle scene. Il tran tran cupo della quotidianità casalinga e del tunnel ospedaliero di operazioni e riabilitazioni continue di Enrico assieme a questo gentile e garbato stare/non stare di Dario di fianco al nipote e dentro la famiglia del fratello Roberto (Fausto Russo Alesi). Ai lati della scena ci sono le mogli di Dario e Roberto e ancor più defilato i due imbastiscono un vago battibecco con il loro padre che vuole costruire una grande piscina nel suo casolare di campagna. L’obiettivo, insomma, è di quelli altissimi: togliere tutto il superfluo nelle psicologie dei personaggi, nei dialoghi, negli ambienti, nella messa in scena, per ricercare – un po’ come in Vermiglio, ma senza l’artefatto peso del calligrafismo da ricostruzione storica – un verismo sottotraccia, relegato spesso agli sguardi del protagonista e ai vuoti della scena.
Per paradosso a guadagnarci è proprio Scamarcio (giustamente premiato come miglior attore in Orizzonti) che annulla quasi tutti i suoi pregressi drammatici per modulare una maschera tra la sofferenza personale per il figlio malato e la solarità del rimpianto per il figlio mai avuto. Di spessore anche la prova dei due ragazzi, Naldini e Aggio: quest’ultimo, un ragazzino realmente disabile. L’interrogativo etico sul suo uso ci starebbe pure, se non fosse che questa verità del dolore riprodotta senza retorica e didascalismo essicca ogni possibile ricatto lacrimevole e sensazionalistico. Il titolo “trae ispirazione” da una favola di Esopo dove una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro.