Cinema

I figli della scimmia, quando la sceneggiatura si fa invisibile. Scamarcio protagonista di un dolore senza retorica

Il film di Tommaso Landucci, premiato a Venezia 83 per la sceneggiatura firmata con Damiano Femfert, sceglie una scrittura ridotta all’essenziale e una regia rarefatta. Al centro, la prova di Riccardo Scamarcio e dei due giovani interpreti

di Davide Turrini
I figli della scimmia, quando la sceneggiatura si fa invisibile. Scamarcio protagonista di un dolore senza retorica

Non vorremmo mai essere giurati nel dovere decidere quale sceneggiatura di un film premiare. Mentre per comparti come – ne elenchiamo alcuni tra i tanti – regia, montaggio, fotografia, scenografia e recitazione si possono abbozzare parametri abbastanza rigidi di analisi e giudizio, sulla scrittura permangono da tempo grossi interrogativi. Si premia la “storia”? La brillantezza dei dialoghi? La trama che scorre? Il dipingere scenari e scene (sempre che nello script ci siano)? Se poi capita un caso di scrittura come I figli della scimmia, premio Orizzonti a Venezia 83 nella categoria sceneggiatura a Tommaso Landucci (anche regista del film) e Damiano Femfert, il caso si complica. Chi entrerà in sala – il film esce in queste ore – si troverà di fronte un esile, ai limiti dell’invisibile, filo di scrittura e un altrettanto eterea dimensione di regia.

I figli della scimmia è un po’ un caso limite per il sempiterno comparto produttivo e relativo sbigliettamento del cinema italiano in sala. Un film che sta proprio lì a penzoloni su un crinale tra la sofferente perfettibilità e l’ininfluente minimalismo. Preparatevi perché nel film diretto da Landucci non accade nulla di narrativamente significativo (a confronto Le città di pianura è Hollywood Party), mentre la temperatura estetica si costruisce attraverso questi piani (semi)fissi in formato 4:3 – un abuso che l’autorialità italiana adopera oramai senza freni – con la regia che impasta e reimposta di continuo un’immagine in statico divenire attorno al probabile desiderio paterno del protagonista Dario (Riccardo Scamarcio), papà del dodicenne tetraplegico Enrico (Andrea Aggio), ma attento e vicinissimo ai bisogni del nipote adolescente Giacomo (Tancredi Naldini).

Appunto, siamo ad una riduzione quasi pulviscolare della scrittura e di sviluppo delle scene. Il tran tran cupo della quotidianità casalinga e del tunnel ospedaliero di operazioni e riabilitazioni continue di Enrico assieme a questo gentile e garbato stare/non stare di Dario di fianco al nipote e dentro la famiglia del fratello Roberto (Fausto Russo Alesi). Ai lati della scena ci sono le mogli di Dario e Roberto e ancor più defilato i due imbastiscono un vago battibecco con il loro padre che vuole costruire una grande piscina nel suo casolare di campagna. L’obiettivo, insomma, è di quelli altissimi: togliere tutto il superfluo nelle psicologie dei personaggi, nei dialoghi, negli ambienti, nella messa in scena, per ricercare – un po’ come in Vermiglio, ma senza l’artefatto peso del calligrafismo da ricostruzione storica – un verismo sottotraccia, relegato spesso agli sguardi del protagonista e ai vuoti della scena.

Per paradosso a guadagnarci è proprio Scamarcio (giustamente premiato come miglior attore in Orizzonti) che annulla quasi tutti i suoi pregressi drammatici per modulare una maschera tra la sofferenza personale per il figlio malato e la solarità del rimpianto per il figlio mai avuto. Di spessore anche la prova dei due ragazzi, Naldini e Aggio: quest’ultimo, un ragazzino realmente disabile. L’interrogativo etico sul suo uso ci starebbe pure, se non fosse che questa verità del dolore riprodotta senza retorica e didascalismo essicca ogni possibile ricatto lacrimevole e sensazionalistico. Il titolo “trae ispirazione” da una favola di Esopo dove una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro.

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