Cinema

Sainte Julie, le Giulie in croce della Corsica: dalla santa ribelle a Julie Douib, il filo rosso della violenza sulle donne

Dalla santa patrona della Corsica, torturata e crocifissa nel 303 d.C., a Julie Douib, assassinata dall’ex marito dopo cinque denunce alla polizia. Il documentario di Giulia Montinari intreccia storia, memoria e femminicidio per raccontare una comunità che celebra simbolicamente la resistenza delle donne ma ancora non riesce a fermare la violenza degli uomini.

di Davide Turrini

Santa Giulia, una donna che nel 303 d.C. non si sottomise a un re e finì torturata e crocifissa, è la santa patrona della Corsica. Julie Douib è una donna corsa di 34 anni, assassinata dall’ex marito nel 2023 ad Île-Rousse, dopo cinque denunce da lei fatte alla polizia. Giulia Montinari è la regista corsa di Sainte Julie, documentario che ha chiuso la rassegna Mondovisioni del festival Internazionale a Ferrara, facendo riemergere da un recentissimo passato il caso del femminicidio che ha scosso l’opinione pubblica corsa e francese tutta. È tutta una questione di Giulie, insomma. Fili di resistenze femminili, e femministe, che si intrecciano con una forza profonda, tatuata perfino sulle braccia delle amiche della Douib.

Ma Sainte Julie è anche una questione di Corsica. Isola paradosso dove sì, la santa patrona è diventata tale per ribellione all’uomo violento e potente, dove il concetto di società matriarcale è architrave antropologico della storia patria, nonché il primo paese in Europa che concede il voto alle donne – attenzione, solo alle vedove capofamiglia con prole – fin dal 1755. Però quel piccolo paese sulla costa nord-occidentale dove Julie viene barbaramente assassinata è anche il classico luogo silenzioso, incapace di ascoltare, vedere, prevenire un delitto atroce.

Montinari approccia questo intreccio evocativo, tra cronaca e storia, giocando di fioretto, sciorinando, almeno inizialmente, pasoliniani comizi d’amore tra campi di bocce, tavolini dei bar, panchine del passeggio. La donna stava meglio allora o oggi? Le voci, testimonianze comuni, di strada, di vecchi e di giovani, di donne e di uomini, si accavallano e si mescolano. Così come uno split screen da manuale per un cinema sismografo pronto a rilevare le onde di inquietudine femminile soggiacente attorno alla sempiterna abitudinaria cultura del maschio dominante, per tradizione e per default.

Montinari esce subito dall’inchiesta sociale ed entra nell’indagine culturale. Quel femminicidio che ha sconvolto un paese e una regione-stato-nazione torna attraverso carrelli panoramici laterali che riprendono spazi urbani – parcheggi, strade, spiagge – svuotati, assenti, fantasma. Vuoti a cui segue il pieno di una manifestazione in ricordo di Julie e di nuovo il vuoto di chi nulla ha potuto, fatto, capito (l’assassino era stato denunciato cinque volte, visto agire in pubblico, già con una storia di violenza familiare alle spalle). Il pieno di una scritta lunga venti metri, sul guardrail della strada principale di Île-Rousse, Julie non ti dimenticheremo mai, e di nuovo il vuoto della scritta cancellata dopo poche settimane.

Sainte Julie è un lavoro apparentemente composto ma profondamente disperato, è l’osservazione di un sacrificio continuo che si ripete, di una comunità che lava i suoi peccati sul piano simbolico ma che non riesce a frenare l’istinto omicida sul piano del quotidiano, della sopraffazione del maschio sulla femmina. Nulla si sposta dopo la visione. Rimangono a galleggiare il rammarico, la pietà e la pena. Povere Giulie, cristi in croce. Dalla notte dei tempi, ai giorni degli aperitivi e degli smartphone, nulla è cambiato. Sainte Julie va visto più che nelle scuole, in tv, in prima serata, al posto dei programmi di cronaca nera. Per provare a chiudere il cerchio delle Giulie ammazzate dagli uomini.

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