La crisi di Striscia e l'incertezza dei lavoratori - 3/4
Sulle cause che hanno portato al calo di ascolti e alla conseguente sospensione del programma di Antonio Ricci, Abete individua un cortocircuito culturale: “Striscia è durata trentotto anni: parliamo di un cambiamento epocale in cui si sono avvicendate tecnologie, costumi, abitudini. Il mondo del giornalismo dovrebbe costruire una statua ad Antonio Ricci: ha mostrato che tutte le spallucce alzate davanti a un problema che sembra irrisolvibile si possono risolvere con un microfono e una telecamera. Questo straordinario cambiamento culturale ha reso di riflesso anche meno prezioso e d’impatto il lavoro che portavamo avanti in televisione, proprio perché oggi quel modello di denuncia è diventato di tutti”.
La chiusura forzata del programma, in onda da febbraio 2026, ha tuttavia avuto pesanti ripercussioni occupazionali: “Chi è in prima linea, come gli inviati o gli autori, ha la fortuna di un percorso e di un ruolo consolidati, anche dal punto di vista economico. Ma c’è tanta gente dietro le quinte che ha lavorato giorno e notte. La cosa più pesante oggi per loro è fare i conti con una realtà dura, dettata soprattutto da un clima di incertezza. Anche perché ad oggi non c’è stata alcuna dichiarazione ufficiale sulla chiusura: parliamo di una sospensione, di un caso di morte apparente. Trovandosi in questo limbo senza garanzie per il futuro, tutti hanno dovuto rimboccarsi le maniche e riorganizzarsi da un giorno all’altro”.