"Non hanno valutato il mio curriculum, ma il progetto" - 2/3
“Non hanno valutato il mio curriculum, ma il progetto”
Nel Regno Unito scopre un modo diverso di intendere l’università. Non conta l’età, né il numero di titoli accumulati. Conta l’idea. “Non hanno valutato il mio curriculum, ma il progetto. I miei colleghi avevano anche ventitré anni, qualcuno arrivava direttamente dalla laurea triennale. Se hai un progetto convincente e dimostri autonomia, puoi essere scelto”. La sua ricerca attraversa quasi un secolo di editoria italiana: confronta 160 traduzioni di 81 libri dello stesso autore pubblicati tra il 1928 e il 2017, consultando centinaia di edizioni per ricostruire come la lingua sia cambiata nel tempo. Un lavoro immenso, nato semplicemente da un’intuizione.
La sua storia, però, racconta anche un’altra Italia. Quella che continua a trattenere nella precarietà persone altamente qualificate. Mentre lei costruisce una nuova carriera all’estero, suo figlio e sua nuora, quattro lauree in due, restano nel Paese tra supplenze, concorsi e incertezze. Lei, dopo una laurea in Antropologia, è diventata maestra nella scuola primaria. Lui, laureato in Psicologia, aspetta ancora una stabilizzazione definitiva e vive di incarichi temporanei.
“È devastante vedere questa situazione. Sono una coppia splendida, hanno due bambini meravigliosi e sono felici, ma da fuori tutto questo appare profondamente paradossale“. Gabriella non idealizza il modello estero. Anzi, mette in guardia da una narrazione troppo semplice. Anche nel mondo anglosassone la ricerca vive sotto pressione continua. “Ogni pochi anni devi presentare nuovi progetti, trovare fondi, cambiare università. Quando finalmente fai carriera rischi di smettere di fare ricerca e di trasformarti in un manager”. Ma c’è una differenza che per lei resta decisiva: il merito. “In Italia ho sempre visto un sistema in cui ci si lega a un professore e spesso il posto è uno solo. All’estero è stressante, ma almeno competi con le tue idee”.