Cinema

“Questo film va ascoltato a forte volume”, Russell Crowe racconta in What Love Builds il suo amore per il rock e il ciuffo alla Elvis

A Venezia 83 What Love Builds racconta il lato più intimo e musicale dell’attore neozelandese: dagli esordi con il ciuffo alla Elvis al rifiuto delle major, fino all’Indoor Garden Party e alla band con cui oggi porta in giro il suo rock tra folk e blues.

di Davide Turrini
“Questo film va ascoltato a forte volume”, Russell Crowe racconta in What Love Builds il suo amore per il rock e il ciuffo alla Elvis

“Questo film va ascoltato a forte volume”. Le avvertenze per la sala sono quelle in apertura di What Love Builds, il documentario che Russell Crowe ha costruito, ha diretto e ha dedicato alla sua principale passione: suonare in una band. Un Fuori concorso curioso e ammirevole questo documentario che va a chiudere Venezia 83. Perché Crowe mette sul piatto qualcosa che somiglia di più al cuore che al talento. Non c’è bisogno di specificare la battuta che gli ideatori di South Park inventarono per le canzoni e le performance di Russell cantante (“quando Jon Bon Jovi incontra l’epatite B”). Battuta che, peraltro, in un filmatino d’epoca sembra prendere bene (ma non benissimo).

Perché prima di essere attore, Crowe racconta di essersi sentito fin da bambino un tipo da rock and roll. E allora Massimo Decimo Meridio? Un caso, a cui ha messo in bocca perfino una strofa di Prince. What Love Builds è quindi la testimonianza d’archivio, d’affetto e di almeno una quindicina di brani suonati dal vivo, di Crowe canterino fin da quando ha imparato ad allacciarsi le scarpe. C’è quindi Russell sedicenne col ciuffo, la giacca e le gambe incrociate alla Elvis chiamato Russ Le Roq. Il Crowe appena maggiorenne che canta e balla nella versione australiana del Rocky Horror Picture Show.

Il frontman della band Roma Antix e quello dei 30 Odd Foot of Grunts (“ho sempre trovato nomi orribili per le mie band”). Un Crowe con capelli lunghi e barba non rasata di qualche giorno (non quella lunga di adesso) che pare Kurt Cobain alla House of Blues di Chicago. Parallelamente sempre quel “caso” di prima lo fa apparire poco più che ventenne in uno spot Coca-Cola e poi nel giro di un lustro lo fa diventare una star del cinema: L.A. Confidential, The Insider, Il gladiatore, A Beautiful Mind.

È quindi a metà degli anni Novanta che di fronte al successo cinematografico improvvisamente riluccica quello che pochi o nessun discografico aveva notato e segnalato. Si narra che il boss della Sony, Tommy Mottola, pur di scritturare Crowe – in quelle settimane fresco di un Oscar – e la sua band gli avrebbe detto, a fronte di alcune ritrosie: “Quello che vogliamo ce lo prendiamo”. Ed è qui che il discorso testimonianza dell’attuale 62enne attore neozelandese si fa quasi epico. “L’ambiente discografico è tossico e io voglio crescere come autore”. Leggasi gran rifiuto o anche sliding doors. La sua musica, quella che compone ancora oggi tra le mura domestiche del suo ranch, tra ampie stanze insonorizzate zeppe di strumenti musicali, qualcosa che sta equamente tra il rock, il folk e il blues, non ha bisogno di etichette blasonate ma di personale ispirazione.

Un arrocco scacchistico che alla lunga darà ragione a Crowe. Tanto che nello scorrere degli anni lo vediamo godersela, inventandosi persino delle cantate di massa, ancora con addosso il costume di scena in Robin Hood, set in cui conoscerà l’attore Scott Grimes, a sua volta compositore ed esecutore di suoi brani, che diventerà elemento cruciale della band mutevole e dell’esperienza dell’Indoor Garden Party: poltroncine, piante, microfoni, una specie di informale canto un po’ io e canti un po’ tu tra colleghi autori. Un’esperienza felice che condurrà Crowe alla sua ultima omonima più tradizionale formazione musicale (tre/quattro chitarre, cori femminili, tromba e linea di basso/batteria) con cui sta percorrendo in lungo e in largo mezzo pianeta da almeno cinque o sei anni. Brani propri e una strana playlist riprodotta live come Folsom Prison Blues di Johnny Cash o Romeo and Juliet dei Dire Straits. What Love Builds, insomma, ma molto, molto love.

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