Cinema

Luca Marinelli e Alicia Vikander amanti infelici nell’appartamento gabbia del desiderio in “The echo chamber”. A Venezia 83 Andrea Pallaoro fa riemergere il fantasma di Bernardo Bertolucci

Il film è cinema di muta implosione, intarsiato in stringenti primi piani, costretto e ristretto dal primo all’ultimo secondo entro quattro mura domestiche, giocato su un piccolo riavvolgimento temporale del nastro per poi chiudersi in un tragicissimo finale

di Davide Turrini
Luca Marinelli e Alicia Vikander amanti infelici nell’appartamento gabbia del desiderio in “The echo chamber”. A Venezia 83 Andrea Pallaoro fa riemergere il fantasma di Bernardo Bertolucci

Ingabbiati, infelici e paralizzati. Nel Concorso di Venezia 83 è tutta una questione di appartamenti. Dopo la “stanza del sesso” in “Succederà questa notte” di Nanni Moretti, ecco “The Echo chamber” di Andrea Pallaoro, un’altra casa del desiderio, un altro spazio circoscritto radicalmente e rigorosamente dallo sguardo di regia. L’enfant prodige italiano che ha studiato in America, quello che gira in formato 1.22:1 (il “quasi quadrato”), ha preso l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e con l’aiuto di Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi l’ha resa un film spiritualmente bertolucciano.

Pare che Bertolucci dicesse che l’appartamento al centro della supposta visione (qui sembrerebbe londinese, anche se i set sono italo-belgi) fosse come un “luogo di fantasmi”. Già perché Leo (Luca Marinelli), produttore e compositore musicale, pippatore di droghe e alcool, soffre terribilmente di dolori lombari che non lo fanno vivere in pace e deambula come in gabbia dentro ad un ampio, raffinato e primo novecentesco appartamento che gli fa anche da studio di registrazione. L’aiuto per quel corpicione fragile e derelitto, arriva dalla fisioterapista Anne (Alicia Vikander), minuta e risoluta manipolatrice di corpo e anima.

I due naturalmente si piacciono, ma è la classica attrazione sofferta tra esseri solitari e lontani, incapaci di ascoltarsi e sentirsi nel profondo. Una dipendenza reciproca che procede comunque a tratti, a scarti laterali, mai in crescendo, e che riacquisisce una sorta di sponda ulteriore di senso del ricordo nell’altrettanto saltuaria presenza di Ava (Susan Sarandon), vecchia gloria della musica, intenta a comporre con Leo un nuovo album dopo molti anni di assenza dal mercato. I fantasmi di Pallaoro sono questi tre. Con l’aggiunta di qualche fugace comparsa sul divano (un amico, una parente, una domestica), roba di qualche secondo di girato, coronata dalla curiosa frequente intromissione di Anne nella casa di Leo, quando il ragazzo è fuori per lavoro.

Un tocco poetico in punta di piedi, quasi magico, che addolcisce, con una traiettoria di osservazione soggettiva da una finestra (che sul fondo si sostituirà a quella oggettiva di regia), una storia di silenzi bruschi e frequenti, di sguardi indecisi e compressi, di spazi ambientali obbligatoriamente da riempire di senso e scorrimento narrativo. “The echo chamber” è cinema di muta implosione, intarsiato in stringenti primi piani, costretto e ristretto dal primo all’ultimo secondo entro quattro mura domestiche, giocato si su un piccolo riavvolgimento temporale del nastro (si inizia dalla critica overdose vissuta da Leo che già conosce Anne) per poi chiudersi in un tragicissimo finale con tanto di tracce psicanalitiche e riferimenti biografici bertolucciani disseminati sul confine dell’ossessivo possesso e di un impudico erotismo.

Marinelli è perfetto nel mostrare questa sua pesante e strisciante compromessa corporeità. Anche se è la Vikander a rubare di più la scena: struccata, dimessa, scartata, va a riprendersi dolorosamente le briciole di ciò che non può avere con grinta trattenuta e spessore performativo da grande star.

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