La sentenza e le reazioni - 4/4
La corte ha respinto la linea difensiva dell’imputato, stabilendo che gli obblighi coniugali non annullano il diritto individuale alla privacy e giudicando la registrazione come un atto deliberato. I giudici hanno inoltre stabilito che eventuali spie luminose o avvisi vocali emessi dal robot aspirapolvere erano insufficienti per dimostrare che la donna fosse consapevole di essere ripresa o che avesse acconsentito all’acquisizione delle immagini. L’uomo è stato condannato a cinque mesi di carcere e multato per 150.000 dollari taiwanesi. In base alla legge di Taiwan, registrare o divulgare segretamente attività private senza autorizzazione prevede pene fino a tre anni di reclusione e sanzioni pecuniarie fino a 300.000 dollari taiwanesi.
Il caso ha generato un ampio dibattito sui social media locali: “Il marito è vittima sotto certi aspetti. Ha perso il matrimonio e anche la libertà”, ha commentato un utente. Un altro ha evidenziato le alternative investigative: “Sebbene provare l’infedeltà possa essere difficile, esistono vie legali disponibili, tra cui cronologie delle chat, ricevute di hotel e transazioni finanziarie. La ricerca della giustizia deve sempre rispettare i confini della legge”.