Il paradosso di Tim Cook: esplosione finanziaria ma frenata sull'innovazione - 3/4
Prendere il posto di Jobs nel 2011 sembrava un’impresa impossibile. Alla vigilia della morte del fondatore, un timido Cook salì sul palco per presentare l’iPhone 4s. Da allora, non ha mai provato a imitare il carisma del predecessore, imponendo invece la sua cultura ingegneristica basata sull’ottimizzazione della logistica.
I numeri tracciano il perimetro del suo successo: le azioni sono cresciute di oltre il 2.000%, i dipendenti sono passati da 60mila a 166mila, con 535 negozi in 27 Paesi, e la base utenti conta oggi oltre 2,5 miliardi di persone. Eppure, in questa gestione finanziariamente perfetta, si annida una critica strutturale. Wall Street considera Apple un investimento sicuro in tempi di incertezza, ma riconosce che l’azienda sembra aver perso la sua spinta all’innovazione.
I tempi dei lanci dirompenti come l’iPod e il primo iPhone appaiono lontani: nell’era Cook la società ha moltiplicato il suo valore, ma non ha mai immesso sul mercato un prodotto capace di generare un simile stravolgimento paradigmatico. A questo si aggiunge un nodo logistico cruciale: Apple non produce più i componenti chiave dei suoi dispositivi. Una delega che fa salire i costi per i consumatori e crea carenze cicliche che le impediscono di soddisfare pienamente la domanda del mercato.