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Gaza, l’accordo per il disarmo di Hamas è già in bilico. Israele: “Non rispecchia la nostra posizione. Non ci ritireremo”. Raid sulla Striscia: 19 morti

A poche ore dall'annuncio di Trump, Israele frena e chiarisce: "Non ci ritireremo dalla linea gialla". E gli attacchi su Gaza del fine settimana non fanno che ostacolare l'attuazione del piano
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Solo pochi giorni fa Trump lo aveva definito un “passo monumentale“, ma per ora dietro i toni trionfalistici sembra esserci ben poco. L’intesa per avviare la seconda fase del piano per Gaza del Board of peace, con il disarmo di Hamas e il ritiro delle truppe israeliane, appare già in bilico. La prima frenata ufficiale arriva dal portavoce di Benjamin Netanyahu, che ha fatto sapere di aver espresso agli Stati Uniti tutte le perplessità e le preoccupazioni di Israele sull’accordo: “La versione resa pubblica non rispecchia la posizione di Israele”, ha detto Doron Spielman. Parole che vanno lette insieme alle notizie che arrivano dalla Striscia, dove nel fine settimana Israele ha intensificato gli attacchi aerei, provocando almeno 19 morti e 35 feriti in 24 ore e ostacolando l’attuazione de piano.

Del resto le dichiarazioni du Spielman non sorprendono se si considera che dopo l’annuncio fatto dalla Casa Bianca, Netanyahu è rimasto in silenzio e per evitare di opporsi frontalmente al piano Trump ha mandato avanti i ministri Eli Cohen e Zèev Elkin a ribadire la posizione del gabinetto di sicurezza: “Israele non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato”. L’intelligence israeliana, ha detto Spielman ai funzionari di Washington, è convinta che Hamas, dopo il cessate il fuoco annunciato da Trump in ottobre ha continuato a riarmarsi e a reclutare nuovi combattenti. Secondo il portavoce di Netanyahu, le azioni di Hamas dimostrano che il movimento si sta preparando a “nuovi massacri sul modello del 7 ottobre”. Ha inoltre ricordato che il piano presentato dal Board of Peace di Trump prevede che Gaza diventi “una zona denazionalizzata dall’estremismo, libera dal terrorismo e che non rappresenti una minaccia per i Paesi vicini”. “Questa visione è in netto contrasto con la realtà attuale e con le intenzioni dichiarate da Hamas. Il primo passo indispensabile verso qualsiasi accordo duraturo è il disarmo autentico, verificabile e irreversibile di Hamas“, ha dichiarato. “Qualsiasi soluzione che non preveda il completo disarmo lascerebbe Hamas lascerebbe Hamas nelle condizioni di poter minacciare nuovamente Israele”. Un altro funzionario israeliano, citato dal Times of Israel, ha messo in chiaro che “Israele non si ritirerà” dall’attuale linea gialla nella Striscia di Gaza, e che “continuerà a eliminare qualsiasi minaccia per i nostri cittadini e i nostri soldati”. La linea gialla demarca l’area occupata dall’Idf, che oggi corrisponde a circa il 60% dell’intero territorio della Striscia.

Le tempistiche e soprattutto la sequenza con cui dovrebbero avvenire le tappe cruciali del piano, ossia il disarmo di Hamas e il ritiro di Israele, sono i nodi che finora hanno ostacolato il raggiungimento di un’intesa e che, nonostante l’entusiasmo mostrato da Trump, sembrano ancora irrisolti. Secondo il presidente Usa le milizie di Hamas consegneranno le armi prima dell’abbandono di Israele dalla Striscia, così come chiede anche Tel Aviv. Dall’altra parte però Hamas vuole maggiori garanzie e sostiene il contrario: prima la smobilitazione dell’Idf, poi il le armi. Queste le condizioni dettate dal gruppo: “Il disarmo è subordinato al dispiegamento della Forza internazionale, allo scioglimento delle milizie create dall’occupazione, alla cessazione dell’aggressione israeliana e al ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza”. In questo contesto, i raid israeliani del fine settimana non fanno che complicare le cose. “Abbiamo chiarito ai mediatori che i continui attacchi ostacolano l’attuazione dell’accordo e i negoziati entro i tempi previsti” ha riferito un esponente di Hamas ad Al Jazeera. Secondo l’emittente, il gruppo si è messo in contatto con i mediatori e li ha esortati a intervenire direttamente per costringere Israele a fermare completamente le sue operazioni militari a Gaza.

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