Le nuove indagini sul delitto Via Poma - 4/5
Per risolvere il giallo di Via Poma non basterà affidarsi alla cosiddetta “prova regina”. Dopo che il giudice per le indagini preliminari Giulia Arcieri non ha accolto la richiesta di archiviare l’inchiesta riaperta nel 2022, la Procura ha riavviato un’indagine meticolosa che procede su due livelli. Da una parte ci sono i nuovi profili genetici dei sette indagati da confrontare con nuove analisi delle tracce repertate con nuove tecniche forensi ma non solo. Dalla traccia genetica è anche necessario intraprendere un percorso investigativo tradizionale che possa riportare gli inquirenti nel dedalo del palazzo di Via Carlo Poma, in quel pomeriggio del 7 agosto del ’90. La nuova inchiesta comprende quindi una mappatura completa dell’elegante palazzotto, nuovi interrogatori e alibi delle persone sentite all’epoca, da riverificare. Tra gli obiettivi c’è anche quello di accertare se l’ex portiere di via Poma Pietrino Vanacore, abbia lasciato un memoriale per raccontare la sua verità. Vanacore fu arrestato pochi giorni dopo il delitto per via di alcune macchie di sangue sui pantaloni (poi si scoprì che era sangue fecale) e poi fu subito scarcerato, il 30 agosto del ’90. La posizione di Vanacore fu archiviata il 26 aprile del 1991 ma il portiere non uscì mai dalla scena del crimine fino a quando nel marzo del 2010 non fu trovato annegato sulle coste del suo paese di origine, vicino Taranto. Anche sul suo suicidio incombono dubbi e ombre: il portiere annegò in soli 30 centimetri d’acqua e alla vigilia della sua convocazione in tribunale nel processo contro Raniero Busco, l’allora fidanzato di Simonetta poi assolto in maniera definitiva e oltre ogni ragionevole dubbio. Al netto della sua innocenza ormai chiarissima a chi diresse le indagini, di Vanacore ci resta uno strano biglietto (“Vent’anni di martirio portano al suicidio”) e soprattutto un buco nel suo alibi di 50 minuti.