Calderone e l’Italia “evoluta” sul lavoro. Le storie: “Ho 58 anni e sono da sempre precario”. “A mio figlio ho comprato un biglietto di sola andata”
Prosegue l’ondata di messaggi dei lettori, dall’Italia e dall’estero, indignati per le frasi della ministra del lavoro Calderone, convinta che il nostro Paese sia ricco di opportunità lavorative e relative garanzie. Dichiarazioni per lo più ignorate da media e giornali, ma rilanciate online da migliaia di utenti e smentite dalle testimonianze dei connazionali emigrati o da chi è rimasto. Se volete inviarci la vostra opinione o esperienza, scriveteci a fattocervelli@gmail.com
Andrea Castelnuovo – Concordo con la ministra: l’Italia è un paese bellissimo, e da quando mi sono trasferito in Germania è ancora più bello. Restare è come cadere pensando di volare.
Flavia Giannetti – Sono d’ accordo, l’ Italia non è più quella degli anni’60. Non è più quella che ha consentito a mio padre di fare carriera e comprare casa. A me non è andata altrettanto bene. Sopravvivo, in un ambiente che non è il mio, con molte invidie. Se tornassi indietro andrei via subito. Anche come impiegata.
Mario Stea – Ministra, confermo: il nostro Paese è così bello che, dopo il 110 e lode, per un anno ho solo ricevuto umiliazioni e rifiuti dal “sistema talmente evoluto”. Dal 2015 all’estero, ho trovato crescita professionale rapida e stipendi che in Italia potevo solo sognare. Le “buone garanzie” da Lei citate non sono sufficienti: a noi servono garanzie concrete e a lungo termine. E, a quanto pare, basta andare all’estero per trovarle.
Marco Favaro – Ho una laurea considerata inutile: “filosofia”. Dopo più di 10 anni all’estero vorrei tornare in Italia, ci provo. Ma negli ultimi 5 anni ho trovato forse un paio di posizioni aperte affini al mio curriculum. Semplicemente non esistono. Vivere all’estero comporta una serie di difficoltà enormi, pratiche, emotive, personali. È difficilissimo. Eppure è assurdamente “più facile” che rimanere. E, drammaticamente, è ancora più difficile rientrare.
Massimiliano Mostes – Da 9 anni vivo all’estero (Barcellona, Amsterdam e Madrid). Laureato in ingegneria biomedica col massimo dei voti, in Italia trovavo solo precariato. Un’azienda spagnola mi ha invece assunto a tempo indeterminato dopo appena due colloqui. Oggi rientrare è impossibile: pur lavorando in un campo fortemente specializzato, dovrei accettare un taglio dello stipendio di oltre il 30%. Non è fuga, è sopravvivenza.
Alessio Frassi – Vivo a Londra dal 2008, anno della crisi finanziaria mondiale. Non sono un accademico, ho solo la terza media. Ciò nonostante, sono un capo giardiniere per il comune di Hackney. Ho pensato a volte di tornare in Italia e mandato qualche curriculum. Sugli annunci non c’è neanche scritta la retribuzione, come al contrario in Europa scrivono ovunque, e non ti rispondono neanche alle mail. Seguo l’Italia da qui con molta tristezza. Non c’è neanche il salario minimo, la gente guadagna 3 euro l’ora. Viviamo in una gerontocrazia dove ultrasettantenni sono al comando e non accennano a lasciare. Anche per fare lo spazzino devi essere raccomandato.
B.C – Vivo all’estero. Potrei anche tollerare che si prendano in giro gli italiani in Italia: in fondo, se ci si informa poco e si crede a qualsiasi slogan, qualche responsabilità individuale esiste. Ciò che invece non accetto è che venga distorta l’immagine degli italiani all’estero come fossero stupidi che non hanno motivo per andarsene. al contrario, questi molto spesso rappresentano la parte migliore del Paese: quella che, semplicemente, non riesce più a convivere con quello che considero un sistema caratterizzato da inefficienze, corruzione, svilimento del merito, rifiuto della responsabilità, clientele e profonde disfunzioni, di cui, a mio parere, l’attuale classe dirigente porta la sua parte di responsabilità. Alla ministra infine, giusto per farle capire quello che evidentemente non ha capito, vorrei far sapere che pagherò tutto quel che devo allo stato finche le leggi me lo impongono, ma appena ottenuta una seconda cittadinanza straccerò perfino il passaporto.
Carlo – Sono anche io un “cervello in fuga”. Bisogna ammettere che il fenomeno si perpetua da diverso tempo, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti negli anni; però chi al governo ci sta adesso, abbia almeno la decenza di tacere.