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"Calderone, si chieda perché in così tanti continuano a partire" - 2/4

"Concordo con la ministra: l'Italia è un paese bellissimo, specie da quanto me ne sono andato. Restare è come cadere pensando di volare". Pubblichiamo i messaggi ricevuti dai lettori rispetto alle esternazioni della titolare del Lavoro, secondo cui il nostro Paese è ricco di opportunità. Se volete mandarci la vostra opinione, scrivete a fattocervelli@gmail.com
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“Calderone, si chieda perché in così tanti continuano a partire”

Pasquale Gurzì – Gentile Ministra Calderone, ho vissuto e lavorato quindici anni in Belgio e sono rientrato in Italia solo perché ho avuto la fortuna di poter mantenere lo stesso impiego lavorando da remoto. Se avessi dovuto cercare lavoro qui, probabilmente sarei rimasto all’estero. In Italia il sistema del lavoro non è “evoluto”, ma involuto. Prevalgono controllo, burocrazia e diffidenza verso i dipendenti, mentre nei Paesi del Nord Europa si punta su autonomia, responsabilità e fiducia, perché un lavoratore soddisfatto è anche più produttivo. E questo in molti paesi lo hanno capito da tempo. Mi colpisce poi il suo invito ai giovani a “farsi assistere dai tecnici del mondo del lavoro”. Un giovane laureato non dovrebbe aver bisogno di qualcuno che gli spieghi quale offerta sia migliore: dovrebbe essere nelle condizioni di scegliere tra aziende che si contendono le sue competenze, come avviene in molti paesi del Nord Europa. Il vero problema non è imparare a confrontare le offerte, ma il fatto che in Italia, troppo spesso, quelle offerte sono poco competitive. Stipendi bassi, percorsi di ingresso sottopagati anche dopo anni di studio, poche aziende che investono davvero in ricerca e innovazione e opportunità concentrate nelle grandi città, dove il costo della vita è sempre più difficile da sostenere. In Belgio il costo della vita era complessivamente simile a quello delle grandi città italiane, ma con stipendi quasi doppi, maggiore flessibilità, servizi migliori e un equilibrio tra lavoro e vita privata decisamente superiore. Più che invitare i giovani a restare, bisognerebbe chiedersi perché, quando fanno davvero quel confronto che lei suggerisce, così tanti continuino a partire.

Giuseppe Marrancone – Io sono andato via dall’Italia 23 anni fa. In Svizzera ho realizzato il mio sogno: ero arrivato come semplice cuoco e sono diventato chef di cucina in un hotel a 5 stelle. Riesco a lavorare e ad avere una famiglia. Posso andare in ferie in qualsiasi momento, ho due giorni di riposo a settimana, tutte le ore di straordinario vengono pagate. Chiedo al Ministro se in Italia nel mondo della ristorazione si hanno diritti o se invece viga uno stato di sfruttamento.

Gabriele Pettinau – Mi sono laureato in architettura nel 2015. Nel 2018, dopo un’esperienza altalenante presso un geometra, trovai lavoro in Norvegia come architetto. Dopo 4 anni, prossimo a guadagnare 60k all’anno, decisi di ritornare nel nostro paese, animato da motivazioni simili a quelle proclamate dalla ministra […] Trovai lavoro immediatamente, in un studio di architettura tra i più blasonati. Smantellai la mia contabilità norvegese, per aprire una partita iva, supplicare l’ordine degli architetti e la cassa contributiva per approvare la mia iscrizione, cambiare due commercialisti. Mi mandarono a casa dopo un mese. Il contratto di un libero professionista non dipendente in Italia, infatti, prevede questo. Da quel momento feci diversi colloqui: la media di stipendio proposta variava dai 1200 ai 1500 mensili lordi; il fondo lo toccai un giorno in cui mi proposero di lavorare per 700 euro al mese, motivando la miseria con il fatto che ‘non avevo esperienza dimostrabile’ in Italia. Io, che un anno prima guadagnavo 4.5k al mese, stipulando contratti in norvegese con enti pubblici, privati e società di costruzioni. Oggi lavoro come free-lance e mi occupo anche di illustrazioni e sviluppo web. Se fossi rimasto in Norvegia, mi sarei comprato una casa e avrei avuto una vita stabile e dignitosa. Ho smesso di fare colloqui in Italia.

Mssimiliano Valle – Cara ministra Calderone, sono un giornalista professionista di 58 anni che da quando fa il giornalista sportivo, cioè dal 2000, ha sempre avuto lavori precari e, negli ultimi quindici anni, anche sottopagati. Gli unici risparmi che ho, e che se non sarò capace di reinventarmi finiranno presto, sono quelli derivati dalla vendita di due case, con una parte dei quali ho potuto comprarmi una casa per scappare dalla città, Milano, che non mi ha mai dato niente perché, a differenza sua, non ho mai avuto santi in paradiso. Pertanto la invito a uscire dalla sua gabbia dorata e a informarsi meglio sulla situazione lavorativa di questo paese che lavorativamente è morto e sepolto. Ah già, ma probabilmente lei la sa benissimo la situazione reale di questo paese, visto che è stata presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, cioè uno degli istituti che hanno contribuito a gettarci in questo abisso. Cordialmente ma anche un po’ incazzatamente.

Devis Chiarucci – Non sono “un cervello in fuga” ma un genitore che lavora in Italia, che consiglia già da adesso ai suoi figli di non rimanere in Italia. Non posso accettare per i miei figli un paese in cui gli stipendi negli ultimi trenta anni sono diminuiti invece di aumentare. Non posso accettare per i miei figli un paese in cui si è intervenuti sul mondo del lavoro, prima con la flessibilità in entrata, poi con quella in uscita con la promessa di attirare investimenti, invece le imprese continuano a delocalizzare e i lavoratori hanno perso solo i diritti. Non posso accettare per i miei figli che sia permesso di firmare un contratto con una società, e ritrovarsi dopo tre cessioni di ramo d’azienda, un licenziamento illegittimo nel mezzo, in un settore strategico come quelle delle telecomunicazioni, lo spettro della perdita di lavoro.

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