La paura della morte di Enzo Miccio e la ridefinizione del tempo - 2/5
Il punto di caduta più intimo e inaspettato della riflessione riguarda il rapporto con la fine dell’esistenza: “La paura di ammalarmi e morire mi assale quotidianamente”, ha confessato Miccio. “Penso tutti i giorni al fatto che questa vita finirà e che una mattina non ci saremo più. Mi spaventa perché non so quale sarà il mio futuro: sarà per questo che sono più consapevole che quello che facciamo ogni giorno è importante. Facciamolo bene, coccoliamoci ogni tanto: ce lo meritiamo”.
Una consapevolezza che si è tradotta nella necessità di arginare lo spazio precedentemente cannibalizzato dalla professione. “Il lavoro, naturalmente. Ho sempre e solo lavorato: non ricordo un giorno di non averlo fatto e continuo ancora oggi, solo con uno spirito diverso. Piano pianino sto imparando a dire no e a calcolarmi un po’ di più: merito un po’ di riposo, di relax, di attenzione anche da parte delle persone che mi vogliono bene e che non riescono a vedermi quanto vorrebbero”. Un cambio di prospettiva radicale, metabolizzato solo di recente: “È una roba che mi fa bene e di cui sento il bisogno. Professionalmente non sto rincorrendo nulla perché sono abbastanza sereno. Ho preso coscienza del fatto che sto vivendo la mia vita e che non ce ne sarà un’altra dopo: dovevo arrivare a 54 anni per capirlo. La vita mi sta insegnando ancora tanto, apprendo come uno scolaretto, ed è per questo che ho deciso di volermi un po’ più di bene”.