Un viaggio visivo e sonoro negli angoli più oscuri della contemporaneità, dove la cronaca più cruda si spoglia della sua consueta brutalità per affidarsi al potere evocativo dell’illustrazione, della musica e della danza. Si presenta con questa identità narrativa “V per violenza”, il docufilm diretto da Alessandra ed Emanuele De Vita in anteprima il 25 luglio al Giffoni Film Festival.
Nato da un’idea della giornalista e musicista Alessandra De Vita, il lungometraggio si pone l’obiettivo di indagare le radici e le conseguenze del male all’interno della società civile occidentale, focalizzando lo sguardo sulle forme di sopruso più diffuse e sistematiche: quelle perpetrate contro le donne, i bambini e gli animali d’affezione.
I tre capitoli dell’opera: dalle donne alle torture sugli animali
L’impianto dell’audiovisivo si articola in tre capitoli distinti, strutturati per analizzare la ramificazione del dolore senza concentrarsi su una singola storia, ma offrendo piuttosto uno spaccato corale sulle categorie più vulnerabili. La prima parte del documentario è interamente dedicata alla violenza fisica e psicologica di genere. Il racconto si sposta poi, nel secondo segmento, sul dramma dell’infanzia negata, affrontando il tema dei bambini coinvolti nei conflitti bellici e la piaga sociale del bullismo.
L’ultimo capitolo accende invece i riflettori sugli abusi inferti agli animali d’affezione, portando all’attenzione dello spettatore fatti di cronaca che hanno recentemente scosso l’opinione pubblica. In questa sezione, i registi documentano le torture subite da gatti di colonia e di proprietà nella periferia di Roma, approfondendo in particolare le vicende di Rosi e Odino, casi diventati tristemente noti e ampiamente discussi sul web.
Le voci dell’inchiesta e l’intervento di Pia Lanciotti
Il tessuto del racconto si sviluppa attraverso un’alternanza continua di narrazione fuori campo e interviste in prima persona, coinvolgendo direttamente i protagonisti delle vicende e una fitta rete di professionisti. Il documentario si avvale infatti dei contributi dell’antropologo Paolo Apolito, dell’attivista Emanuela Castaldo, dei rappresentanti della Fondazione Carolina e di figure del panorama medico come il professor Giovanni Beltrami, direttore del reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale Meyer di Firenze.
Il quadro legale e sociale è tracciato in modo accurato dagli interventi dell’avvocata Ambra Viscito, presidente dell’associazione “Frida contro la violenza di genere”, unitamente alle colleghe Anna Vicinanza e Stefania De Martino, quest’ultima specializzata in violenza di genere. Arricchiscono le testimonianze anche Emanuela Bignami, presidente della Lndc di Ostia, Sherine Abu Sala’a e Vincenzo Borsa. A impreziosire il progetto c’è poi un intervento d’eccezione dell’attrice Pia Lanciotti, volto noto al grande pubblico per le sue interpretazioni in produzioni di successo come “Mare fuori” e “Circeo”. Nel cast e tra i collaboratori figurano inoltre Manuel Ruiz, Andrea Della Rocca, Mafalda “Chicca” De Vita, Rita Maiorano e Alan “Pupo”.
La scelta artistica tra giornalismo, illustrazione e danza
Come sottolineato dalle note di regia, la decisione di evitare immagini esplicite risponde a una precisa volontà narrativa: il taglio giornalistico si fonde con quello creativo per costruire un ponte tra la dura realtà e la finzione, intesa qui nella sua accezione più alta come strumento di sublimazione e riflessione. Le illustrazioni e le animazioni, realizzate a quattro mani con l’illustratrice Roberta Montemurro, permettono così di affrontare le tematiche più drammatiche rinunciando alle riprese violente, senza tuttavia disperderne il potenziale evocativo.
La componente performativa è affidata all’attrice e danzatrice Sara Mercurio, interprete principale del docufilm, che si muove sulle note di “Pezzi sparsi”, brano scritto e cantato da Celeste Cerrato. La colonna sonora si arricchisce anche con “Amore Animale“, traccia interpretata da Sara Anzalone e composta al piano e ai synth dalla stessa Alessandra De Vita. L’intera produzione musicale, unita agli arrangiamenti e al mixaggio, è stata curata dai due registi presso il Woody studio. Completano il comparto tecnico il title design di Sara Di Lascio e l’attento lavoro di Emanuele De Vita su riprese, montaggio e sound design, affiancato da Benedetto Battipede che ha curato la color correction.