Cosa ha rappresentato “Daydream” nella vita di Mariah Carey - 3/5
Se “Butterfly” (1997) sarebbe diventato, nelle sue stesse parole, il disco della vera rottura e della rinascita dopo la fine del matrimonio, “Daydream” rappresenta il momento immediatamente precedente: la fase in cui Carey comincia a testare i confini della gabbia, a negoziare piccoli spazi di libertà creativa dentro un sistema che voleva tenerla ferma in un’immagine precisa. È un disco di equilibrio precario tra la popstar da classifica, capace di sfornare come “One Sweet Day” con i Boyz II Men, rimasta sedici settimane consecutive al numero uno della Billboard Hot 100, o “Always Be My Baby”, e l’artista che vuole sperimentare, rischiare, contaminare i generi.
C’è un ulteriore tassello, rivelato proprio da Carey nel suo memoir, che racconta quanto quel bisogno di espressione fosse più profondo di quanto il pubblico abbia mai saputo: durante le sessioni di “Daydream”, in parallelo al lavoro ufficiale, l’artista si dedicava di nascosto a un progetto completamente diverso, mai pubblicato, un album alternative rock, ispirato alle cantanti grunge e punk dell’epoca, capaci di essere arrabbiate, disordinate, autentiche, in netto contrasto con l’immagine “calcolata e curata” che ogni suo film promozionale le cuciva addosso. Nelle sue stesse parole, quelle sessioni serali con il suo alter ego erano un modo per liberarsi, ridere, lasciarsi andare, un togliersi di dosso, ogni sera dopo il lavoro ufficiale su “Daydream”, il peso di un’immagine che sentiva non completamente sua.