La gabbia dorata: il matrimonio di Mariah Carey con Tommy Mottola - 2/5
Dietro il successo commerciale di “Daydream” si muoveva una vita privata sempre più asfissiante. Carey aveva sposato Mottola nel 1993, quando lei aveva ventitré anni e lui quarantaquattro. Il matrimonio, celebrato nella cattedrale di St. Patrick a New York, sarebbe durato fino al 1998. Negli anni successivi, e soprattutto nel suo memoir del 2020 “The Meaning of Mariah Carey”, l’artista ha descritto quel periodo come un’esperienza di controllo totale sulla sua vita quotidiana, arrivando a paragonare la tenuta in cui viveva a “una prigione dorata”.
In diverse interviste, tra cui una conversazione con Meghan Markle nel podcast “Archetypes”, Carey ha usato parole nette per descrivere quella fase: si è definita “rinchiusa”, costretta a rispettare regole imposte, senza la libertà che ci si aspetterebbe da un essere umano adulto. Ha raccontato episodi concreti di quella sorveglianza, come la volta in cui, durante le sessioni di registrazione del remix di “Always Be My Baby” con Jermaine Dupri, Da Brat e le Xscape, uscire semplicemente per andare a comprare da mangiare scatenò una reazione furibonda in casa. Lo stesso Dupri, anni dopo, ha confermato quel clima teso, raccontando la sensazione di essere capitato in una situazione più grande di lui.
Anche nell’intervista più recente rilasciata a Harper’s Bazaar UK nel 2025, tornando su quegli anni Carey ha ammesso di provare ancora, a distanza di quasi trent’anni, un residuo di rabbia per quel periodo, pur dicendo di aver fatto pace con quella parte della sua storia e di essersi ripromessa di non parlarne più così spesso. Nella stessa intervista ha collegato direttamente quella frustrazione alla musica: raccontava di voler esplorare sonorità R&B e urban, e ogni volta che lo proponeva l’idea veniva respinta; non era che la musica che stava facendo non le piacesse, ma sentiva di avere dentro di sé molto altro che voleva far uscire.