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Élite unite per l’impunità: le classi dirigenti stanno mandando un segnale

L'appello di Salini & friends all'indomani della sentenza di Moretti per la strage di Viareggio suona come una critica a quella magistratura che ha osato condannare
Élite unite per l’impunità: le classi dirigenti stanno mandando un segnale
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È in corso una “rivolta delle élite”. Pare però che nessuno se ne sia accorto.

Il 1 luglio alcuni dei principali quotidiani nazionali (La Repubblica e Il Sole 24 Ore) pubblicano a tutta pagina un appello a pagamento dal titolo “La responsabilità penale è personale”. Il primo firmatario è Pietro Salini, patron del colosso delle costruzioni WeBuild, lo stesso che ha in mano la costruzione del Ponte sullo Stretto. Seguono firme trasversali a destra e sinistra: da Guido Crosetto a Luciano Violante, da Renato Brunetta a Paola Severino. E quelle di tanti imprenditori: Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, a Francesco Borgomeo (per info sul suo conto citofonare agli operai ex GKN).

L’appello di “Salini & friends” mette nero su bianco che la responsabilità penale “non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse”. Arrivando all’indomani della condanna definitiva dell’ex Amministratore Delegato di FS, Mauro Moretti, per la strage di Viareggio, suona un po’ – ma solo leggermente eh! – come una critica a quella magistratura che parrebbe aver osato condannare Moretti per la carica rivestita e non per responsabilità personale. Salini & friends chiudono con un invito: “che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza un principio […]: la responsabilità penale è personale”.

Perché ribadire l’ovvio? Perché pagare profumatamente un inserto a tutta pagina sui quotidiani nazionali per riaffermare ciò che è già contenuto nella Costituzione? Perché le élite stanno mandando un segnale. Chiamatelo avvertimento se vi va. Avanzano la pretesa dell’immunità. Non parlamentare, ma generale. Ci dicono cioè che per loro non può valere la giustizia che vale per noi comuni mortali. Riaffermano il principio orwelliano secondo cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

I comandamenti che valgono per le nostre élite non sono quelli che abbiamo studiato al catechismo. Non vale, ad esempio, il “non uccidere”. Il 7 maggio 2011, l’assemblea degli industriali erompe in applausi all’indirizzo dell’ad della Thyssen Krupp, Herald Espenhanh; lo stesso Epenhanh che era stato da poco condannato a 16 anni e mezzo di galera per omicidio volontario plurimo per il rogo che il 6 dicembre 2007 aveva ammazzato sette operai: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola.

Il 30 giugno 2026, a soli due giorni dalla pubblicazione dell’“appello delle élite per l’immunità”, Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane, elegge il suo nuovo presidente. La scelta ricade – all’unanimità – su Alessandro Banzato. Chi è? Ansa ci informa dettagliatamente sul curriculum dell’amministratore delegato di Acciaierie Venete; curiosamente però dimentica di informare su un piccolo incidente di percorso: il sig. Banzato è stato condannato in primo grado dal tribunale di Padova a due anni e sei mesi per omicidio colposo per la morte di due operai (Marian Bratu e Sergio Todita) il 28 febbraio 2018 proprio nelle sue Acciaierie Venete. Inutile dire che tra le élite nessuno ha sollevato nemmeno un sopracciglio di fronte a quest’elezione all’unanimità.

Fresco di nomina è anche un altro manager che ha qualche conto aperto con la giustizia. Alla guida di Ferrovie dello Stato, infatti, il ministro Salvini ha scelto Gianpiero Strisciuglio. Quando si è diffusa la notizia di questa possibilità, “bell’esempio che dà lo Stato” ha esclamato Lidia Orastella. La signora Orastella è la madre di Giuseppe Aversa, uno dei cinque operai della Sigifer morti nella strage di Brandizzo del 30 agosto 2023 e per la quale è indagato Strisciuglio.

Infine, fresco di condanna e non di nomina, è Giovanni Castellucci, ex ad di Aspi (Autostrade per l’Italia), concessionaria di tratte autostradali: a dodici anni per il crollo del Ponte Morandi di Genova il 14 agosto 2018. Sulla condanna molto si è scritto. Ma ce n’è un’altra, precedente, di cui invece si parla sempre troppo poco. Castellucci era stato già condannato, in appello, per la strage del viadotto di Acqualonga. Il 28 luglio 2013 tra Baiano e Monteforte Irpino (AV) un bus sfonda il guardrail e precipita per 30 metri. Il bilancio è quello di una strage: 40 morti e 8 feriti.

I giudici hanno accertato che il pullman era vecchio e con revisioni farlocche. Ma hanno aggiunto un altro elemento: il guardrail era corroso dalla ruggine. Chi doveva occuparsi della manutenzione del guard rail? La stessa Aspi che avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza del Ponte Morandi. Quel ponte che invece, come scrive il Corriere della Sera, “era malato perché non erano state fatte le necessarie manutenzioni e i dovuti controlli. Obiettivo: massimizzare i profitti e quindi i dividendi degli azionisti”. La stessa tesi sostenuta dal procuratore Cantelmo che seguì l’inchiesta per la strage di Acqualonga: “politiche dei profitti a scapito della manutenzione”.

Chi ha incassato profitti e dividendi? La famiglia Benetton, che nella concessione delle autostrade per anni ha trovato la gallina dalle uova d’oro. E che non si vide nemmeno comminare la revoca delle concessioni perché, come ha affermato l’ex Ministro grillino Toninelli, “non ci fu coraggio”.

Con la loro “rivolta”, le élite rivendicano il diritto a perseguire il profitto senza che qualcuno possa metter loro i bastoni tra le ruote. Le élite chiedono un adeguamento definitivo del sistema ai loro desideri. E in fondo non chiedono niente di troppo diverso da quanto enunciò Giorgia Meloni il giorno dell’insediamento del suo governo: “non disturbare chi vuole fare”. Una filosofia propria di un intero blocco di potere, di destra o sinistra che si professino gli interpreti.

Alla rivolta delle élite dovremmo contrapporre una rivolta popolare, diretta contro il blocco di potere dominante e la sua logica di fondo. Una rivolta, però, non si evoca per ottenere un titolo di giornale. Si organizza. Con determinazione e pazienza. Chi ci sta, batta un colpo.

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