Crollo ponte Morandi, 12 anni di carcere all’ex ad di Autostrade Castellucci. Condannati 32 imputati su 57
A quasi otto anni dal crollo e al termine di un processo durato quattro anni, il Tribunale di Genova ha emesso la sentenza di primo grado sul disastro del ponte Morandi, il viadotto dell’autostrada A10 che il 14 agosto 2018 collassò uccidendo 43 persone. La pena più alta è per Giovanni Castellucci, ai tempi amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi), condannato a 12 anni di carcere. Per Castellucci la Procura aveva chiesto 18 anni e sei mesi, partendo dalla pena massima prevista per il reato di omicidio stradale (riferita alla più giovane delle vittime, il piccolo Samuele Robbiano di otto anni) aumentata di due mesi e venti giorni per ciascuno degli altri 42 morti, in base al meccanismo della continuazione. “Se non a Castellucci, quando, a chi bisognerebbe dare il massimo della pena?”, aveva chiesto retoricamente il pm Walter Cotugno, che ha rappresentato l’accusa insieme al collega Marco Airoldi. L’ex top manager è già detenuto nel carcere milanese di Opera dopo la condanna definitiva a sei anni per la strage di Avellino del 28 luglio 2013: nel 2029 compirà settant’anni e potrà chiedere l’accesso a misure alternative.
Le accuse e le condanne
Le condanne sono arrivate per 32 dei 57 imputati, accusati a vario titolo di titolo di omicidio e disastro colposi, omicidio stradale aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, crollo doloso e falso: in totale erano stati inflitti oltre 150 anni di carcere (quelli chiesti superavano i quattrocento). Il Tribunale, presieduto dal giudice Paolo Lepri, ha riconosciuto l’aggravante dell’omicidio stradale, escludendo invece la violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro, così come la colpa con previsione dell’evento. Il dibattimento di primo grado era iniziato il 7 luglio del 2022. Le due società inizialmente indagate, Aspi e l’ex controllata Spea Engineering (che fino al 2019 si occupava delle manutenzioni) sono uscite dal processo con un patteggiamento da trenta milioni di euro, equivalente al valore del progetto di rafforzamento del ponte, approvato dal ministero delle Infrastrutture e mai realizzato, che secondo l’ipotesi accusatoria (e la maxi-perizia disposta dal gip durante le indagini) avrebbe evitato il verificarsi del disastro. Quasi tutti i familiari delle vittime sono stati risarciti con accordi privati. Gli imputati di Aspi e Spea dovevano rispondere dell’accusa di aver omesso (o addirittura falsificato) per decenni i controlli sulla struttura, nonostante gli avvertimenti dello stesso progettista (l’ingegner Riccardo Morandi) sul suo possibile ammaloramento e nonostante i numerosi segnali premonitori, per ritardare le manutenzioni e quindi aumentare i profitti della società.
Le richieste e le pene inflitte
Dopo quella a Castellucci, la seconda pena più alta è per il suo ex braccio destro, l’ex capo delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli, condannato a 11 anni: la Procura aveva chiesto 15 anni e sei mesi. Lo storico capo della Vigilanza del ministero dei Trasporti sulle concessioni autostradali, Mauro Coletta, è stato condannato a cinque anni (la richiesta era di dieci), mentre Carmine Testa, l’ex capo degli ispettori, a quattro anni e due mesi. Di dieci anni la pena inflitta a Emanuele De Angelis, ex direttore tecnico di Spea, e a Maurizio Ceneri, responsabile ufficio collaudi e controlli (la richiesta per entrambi era di 13 anni); otto anni e otto mesi a Giampaolo Nebbia, responsabile ufficio funzione centrale e servizi d’esercizio di Spea (richiesta nove anni e sei mesi); otto anni e sei mesi a Riccardo Mollo, ex direttore generale di Aspi (richiesta 12 anni e otto mesi); otto anni a Fulvio Di Taddeo, responsabile ufficio manutenzione opere infrastrutturali di Aspi (richiesta 12 anni); cinque anni e sei mesi per Antonino Galatà, ex amministratore delegato di Spea (richiesta sette anni). La distanza maggiore tra richiesta e sentenza è stata a vantaggio di Paolo Berti, ex direttore centrale Operazioni di Aspi, un altro dei più stretti collaboratori di Castellucci: la Procura voleva 12 anni e sei mesi, la pena inflitta dal Tribunale è stata di cinque anni e mezzo.
Possetti (Comitato vittime): “Una strage, non una tragedia”
Nell’aula magna del palazzo di giustizia, affollatissima per la lettura del dispositivo, il procuratore capo di Genova Nicola Piacente e il comitato dei parenti delle vittime rappresentati da Egle Possetti, che nel disastro ha perso la sorella, il cognato e due nipoti. Presente anche la sindaca di Genova Silvia Salis, in rappresentanza del Comune, costituito parte civile. “È stata una strage, non una tragedia. Speriamo che le pene e le responsabilità evidenziate possano indurre a lavorare meglio”, il primo commento di Possetti alla stampa. Il procuratore Piacente si dichiara soddisfatto: “È troppo presto per esprimere un giudizio complesso, ma posso dire che per le posizioni principali la tesi accusatoria è stata in buona parte confermata. Un elemento di riflessione”, aggiunge però, “dobbiamo necessariamente focalizzarlo sul mancato riconoscimento dell’aggravante lavoristica rispetto agli omicidi colposi: su questo aspetto analizzeremo molto attentamente le motivazioni e posso anticipare che faremo appello“.
Gli avvocati del manager: “Condannato senza colpa”
L’avvocato di Castellucci, Guido Carlo Alleva, ha invece criticato la condanna del manager con l’argomento (falso) già usato dall’establishment proposito di Mauro Moretti, in carcere per la strage di Viareggio: “Sono convinto che stiamo andando verso una concezione non accettabile di colpa come responsabilità di posizione, non accettabile per i cittadini. Leggeremo le motivazioni e non lasceremo nulla di intentato”. L’altro difensore, Giovanni Paolo Accinni, è ancora più netto: “Si è cercato il colpevole ma non la colpa, Castellucci è stato condannato senza colpa. La sua unica colpa è essere innocente e così non si fa giustizia perché questa è una sconfitta per la verità dei fatti, i periti hanno accertato che il ponte è crollato per un vizio costruttivo mai emerso in cinquant’anni. Siamo sicuri che l’appello rimedierà a quello che riteniamo un errore e continueremo a combattere questa battaglia di civiltà per la sua innocenza”.