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Vertenza Acca, sono al fianco dei 95 lavoratori in sciopero. Calderone agisca: questo neoschiavismo ci riguarda

Il caso dell'Acca a Seano (Prato), azienda del pronto moda, e il picchetto dei lavoratori licenziati dopo anni di violenze e sfruttamento
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Questa storia si svolge a Seano, Comune di Carmignano. Possiamo farla cominciare simbolicamente il 10 maggio del 2023: dopo una serie di scioperi contro il lavoro nero, i turni massacranti sette giorni su sette, le paghe da fame, i lavoratori della ACCA, rappresentati da Sudd Cobas, raggiungono un accordo sindacale. Ottengono la regolarizzazione dei contratti e a turni di 8 ore per 5 giorni. Da quel giorno inizia un’escalation di violenze. Per parlarne userò nomi di fantasia.

Mario era già stato assalito sotto casa alla fine di aprile. Ad agosto uomini incappucciati armati di mazze, tirapugni e un coltello aggrediscono sotto casa Salvatore, poi tocca ad Umberto. Sempre ad agosto, mentre si reca al lavoro, viene stordito e preso a bastonate Vincenzo. A gennaio del 2024 Carlo è colpito da due uomini incappucciati mentre torna dal turno di notte. A marzo Franco viene aggredito da due uomini con il volto coperto da caschi e armati di bastoni.

Potrei andare avanti, ma faccio un salto e vado dritto al mese scorso. In ballo ci sono 95 operai licenziati dalla Acca. 200 padroni e caporali assaltano il picchetto dei lavoratori, un operaio viene investito da un furgone, cinque agenti sono feriti. In decine entrano con la forza nel magazzino per smistare merce. Così arriviamo ai primi giorni di luglio, quando le forze dell’ordine intervengono. Per ristabilire la legalità? No, per sgomberare il presidio operaio.

Sono stato a quei cancelli più volte per stare a fianco dei lavoratori. Anche nelle scorse ore. Ho preso la parola alla Camera chiedendo più volte alla ministra Calderone e ai ministri competenti di aprire gli occhi.

Oggi, ci sono una notizia buona e una cattiva. Parto da quella buona: il gip di Prato non ha convalidato il sequestro della merce della Acca di Seano, disposto dalla Procura, che portò allo sgombero del presidio operaio. Il picchetto sindacale è legittimo e non esiste alcun motivo urgente per sbloccare le merci dal magazzino. Questo incide anche sulla decisione del tribunale del lavoro di Pisa: accogliere il ricorso delle aziende del pronto moda senza ascoltare i lavoratori e il sindacato. L’unica urgenza, ovviamente, sarebbe rispettare i diritti dei lavoratori in sciopero.

La cattiva notizia è che la Acca sta facendo esattamente ciò che ci aspettavamo: trasferisce parte dell’attività al magazzino di Campi Bisenzio. Fa carichi abusivi in strada per continuare a effettuare le spedizioni. Insomma, dopo aver chiuso, sta per riaprire. Lo farà con altro nome. Perché non ha mai avuto problemi di commesse. Aveva solo bisogno di liberarsi dei debiti con il fisco e disfarsi di 95 lavoratori titolari di un regolare contratto. Sostituirli con altri non sindacalizzati e nuovamente sfruttabili.

Un’accusa per 71 milioni di euro evasi insieme alle ditte collegate e un’altra inchiesta per sfruttamento e caporalato. Questa è la Acca. Difficile non vedere un disegno. Perché se un’azienda può frodare al fisco 71 milioni di Iva e tasse doganali significa due cose: innanzitutto che ha un giro d’affari enorme. In secondo luogo che ha già deciso di aprire e velocemente chiudere per passarla liscia. Di chi sono le commesse di ACCA e del nuovo nome che si inventerà? Vorremmo saperlo. E vogliamo sapere quali firme della moda fanno affari con questi banditi. E gli imprenditori del pronto moda, invece di indignarsi, dovrebbero dire dove e come ricollocheranno quei 95 lavoratori.

Il problema è che il quadro grande continua a non essere realmente oggetto di dibattito pubblico e interventi politici. Quel quadro dice che a febbraio il procuratore di Firenze ha detto che i reati di sfruttamento e caporalato in Toscana sono aumentati del 170% in un anno. I protagonisti del fenomeno: il tessile a Prato e l’agricoltura a Siena. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del lavoro, il 98% delle imprese controllate a Prato è irregolare.

Lo scorso aprile sono stati firmati 24 accordi per regolarizzare lavoratori rispettando la settimana da 40 ore e 5 giorni. Prima, in quelle piccole aziende, si lavorava tutta la settimana per 12 ore al giorno. Marchi di lusso e brand del fast fashion si servono di questa filiera. Chiedono a quelle aziende di abbattere i costi. E loro scaricano le esternalità sui lavoratori. Chiudono e riaprono con altri nomi per aggirare i controlli, sfuggire al fisco e alle vertenze sindacali. La realtà è che sono sempre loro, sono sempre lì, negli stessi capannoni e con gli stessi caporali.

La ministra Calderone ha promesso di interessarsi al problema, ma nulla accade. Intanto, quei picchetti operai sgomberati con la forza sono presidi di legalità eretti nel deserto. E il piatto più amaro è questo: ho usato nomi di fantasia che se fossero stati veri avrebbero scosso l’opinione pubblica e suscitato indignazione generale e forse anche mobilitato Parlamento e governo. Invece quei ragazzi non si chiamano Mario, Salvatore, Umberto, Vincenzo, Carlo e Franco. Ma Khalil, Ljaz, Arslan, Sajid, Ali, Usman.

A molti sta bene un sistema neo-schiavista che riguardi loro e solo loro. Ma è una percezione fallace: riguarda tutti invece. Perché dove alcuni sono schiavi, quasi tutti gli altri sono sudditi, a portata di ricatti e sfruttamento.

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