Martinetti, il ricordo della madre e la replica alle critiche per la vendita di Grom - 5/6
Di estrazione contadina e con la terza media, la madre Laura rappresenta il radicamento a terra dell’imprenditore. Scomparsa nel 2014 per un tumore al polmone, Martinetti ricorda il valore del tempo trascorso insieme negli ultimi mesi di vita: “Quando il medico mi disse che aveva davanti a sé 90 giorni, l’ho considerato un regalo. Guardare la clessidra con quei pochi granelli mi ha dato l’opportunità di non sprecarne uno”.
Fu lei, inizialmente scettica (“Quando le dissi che mi sarei iscritto ad Agraria si disperò: per lei il salto lo rappresentavano i notai, gli avvocati, i dentisti. Figuriamoci quando le annunciai che volevo fare il gelataio”), a mostrare un orgoglio silenzioso ma totale per il successo di Grom, la catena fondata nel 2003 insieme all’amico fraterno Federico Grom, conosciuto durante il servizio militare. Un’avventura nata da uno spunto del fondatore di Slow Food, Carlo Petrini:
“Un anno dopo l’articolo in cui si lamentava del gelato di una volta, nel 2003, gli portai il nostro gelato al pistacchio e lui si leccò barba e baffi. Conservo di lui una visione di narcisismo socialista straordinaria. Il narcisismo è la gratificazione dell’io che ci fa alzare la mattina dando il meglio di noi stessi. Quando lo definisco socialista è perché lui subordinava l’interesse personale alla qualità della vita delle persone”. Sulla cessione di Grom al colosso Unilever nel 2015, coperta da un accordo di riservatezza perpetuo sulle cifre, Martinetti risponde alle polemiche di chi accusò i soci di aver tradito il Made in Italy: “Molti ci hanno criticato per aver ‘tradito’ l’Italia. Pochi comprendono che ho reinvestito quasi tutti i proventi in Mura Mura, alle Marne e nel ristorante Radici. Una realtà tutta piemontese che nei picchi stagionali dà lavoro a 50 persone”.