Un vecchio telefono fisso a disco degli anni Ottanta, interamente badilato di vernice bianca grezza, con il numero di casa scritto a penna direttamente sull’apparecchio perché il proprietario non riusciva mai a mandarlo a memoria. Un paio di stivaletti Tabi del 1991 in pelle bianca, ricoperti da scritte, messaggi e graffiti spontanei lasciati dai visitatori di una mostra parigina al Palais Galliera. Un maglione interamente assemblato unendo calzini di cotone grigio della collezione Autunno-Inverno 1991-1992 e un camice da lavoro in cotone sempre bianco, di quelli che gli stilisti e gli artigiani d’atelier indossano tra una prova e l’altra.
Non si tratta di elementi recuperati dallo svuotamento di una vecchia soffitta d’artista, ma dei lotti d’eccezione che il 9 luglio scorso hanno composto l’asta degli archivi personali di Martin Margiela. Un evento che ha segnato un punto di svolta nel collezionismo internazionale: per la prima volta nella storia della moda, uno stilista vivente ha scelto di collaborare direttamente con una casa d’aste per disperdere nel mercato una parte della propria memoria progettuale e privata.
I numeri del record: 1,3 milioni di euro e il 100% dei lotti venduti
L’asta, organizzata a Parigi dalla casa d’aste francese Maurice Auction in collaborazione con la britannica Kerry Taylor Auctions, si è chiusa con un risultato straordinario: una white glove sale, formula che nel gergo delle vendite all’incanto indica l’aggiudicazione del 100% dei lotti presentati. L’incasso complessivo ha raggiunto 1.385.020 euro, attirando oltre 1.500 partecipanti di 41 nazionalità differenti, con una forte e competitiva presenza di istituzioni e collezionisti asiatici.
Il pezzo più conteso della giornata è stato il paio di stivali Tabi del 1991, realizzati originariamente per l’esposizione Le Monde Selon ses Créatures al Palais Galliera. La calzatura è stata battuta alla cifra record di 364.000 euro, il prezzo più alto mai registrato al mondo per un articolo firmato dallo stilista belga. Tra le altre aggiudicazioni di rilievo, il maglione di calzini grigi del 1991 ha toccato i 117.000 euro, una borsa Hermès Initials in pelle marrone del 2002 appartenuta alla madre dell’autore ha raggiunto i 44.200 euro, mentre il camice bianco personale di Margiela è stato venduto per 41.600 euro. Persino il telefono fisso badilato di bianco ha trovato un compratore per 13.000 euro.
A spiegare il senso dell’operazione è stato lo stesso Margiela attraverso una nota personale: “Dopo numerosi anni passati a spostare i miei archivi da un luogo all’altro, e a prestare alcune pezzi per delle mostre, ho sentito che era arrivato il momento di separarmi da una parte dei miei ricordi legati alla moda. L’insieme copre un arco temporale che va dal 1984 al 2008 e si compone di fotografie, disegni e oggetti. Alcuni pezzi sono stati realizzati più tardi, durante la pandemia. Dopo una lunga riflessione, è stata l’idea di fare la felicità di molti collezionisti e istituzioni che mi ha finalmente deciso a mandarli nel mondo”.
Lo stilista ha inoltre specificato che una parte dei fondi raccolti dalla vendita sarà devoluta a un’associazione impegnata nella lotta contro l’AIDS.
Le dichiarazioni originali di Martin Margiela sui lotti storici
La particolarità dell’operazione risiede nei testi autografi con cui Martin Margiela ha voluto accompagnare e giustificare la decisione di separarsi dai suoi oggetti, spiegandone la genesi profonda. A ciascuno dei lotti in catalogo, infatti, lo stilista ha associato un commento autografo che ne svela la genesi profonda e l’intento concettuale. Spicca la celebre “blouse blanche“, il grembiule in cotone del personale che “il mondo esterno battezzò come camice da laboratorio, cosa che non era affatto nelle mie intenzioni”, accanto al velo studiato per coprire il viso delle modelle affinché “tutta l’attenzione si concentrasse puramente sugli abiti, senza alcuna distrazione”. Trovano spazio oggetti quotidiani come il telefono a disco del 1988, dipinto grossolanamente di bianco per opporsi al design nero imperante dell’epoca — “siccome non riuscivo mai a ricordare il mio numero, lo scrissi direttamente sul telefono” — e gli iconici stivali Tabi del 1991, nati guardando le calzature degli operai stradali giapponesi e finiti marchiati dalle scritte impreviste dei visitatori di una mostra: “Adoro questo risultato spontaneo”. Tra i faldoni di disegni ricostruiti interamente a memoria dopo un furto in treno e le bambole Barbie rivestite durante il Covid per rimediare alla smarrimento dei modelli originali, emerge infine il celebre periodo da Hermès con l’invenzione del cinturino a doppio giro: “Volevo creare uno strumento di potere equivalente per il millennio. Questa idea creò un modo completamente diverso di indossare un orologio e divenne un successo di vendite che tutte le grandi marche copiarono istantaneamente”.
Chi è Martin Margiela: l’enigma che ha decostruito la moda
Il successo dell’asta parigina, preceduta da cinque giorni di esposizione curata dallo scenografo Bob Verhelst al Quartier Général di rue de la Fontaine au Roi, si spiega solo attraverso l’enorme peso specifico che la figura di Martin Margiela esercita sulla cultura contemporanea. Diplomatosi all’Accademia reale di belle arti di Anversa, Margiela è stato il fondatore dell’omonima maison nel 1988, per poi ritirarsi definitivamente dalle scene nel 2008.
La sua intera carriera si è fondata sul concetto di sottrazione e decostruzione. In un’epoca, quella dei tardi anni Ottanta, dominata dal design rigoroso, geometrico e scuro di Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto, Margiela impose l’esatto opposto: il bianco assoluto, applicato in modo grezzo su pareti, mobili e oggetti quotidiani per azzerare le distrazioni ambientali. La stessa logica lo spinse a introdurre sui défilé i celebri veli di tessuto sul volto delle modelle: un espediente radicale pensato per cancellare l’identità della persona e costringere lo spettatore a concentrarsi unicamente sulla struttura, sui tagli e sulle proporzioni dell’abito.
Inafferrabile, invisibile — non si è mai lasciato fotografare né ha mai concesso interviste canoniche di persona — Margiela ha ridefinito anche i codici del lusso tradizionale durante il suo mandato come direttore creativo del prêt-à-porter femminile di Hermès dal 1997 al 2003. In quegli anni, lavorando a stretto contatto con l’alto artigianato della maison francese, lo stilista impose un’idea di eleganza sussurrata e senza tempo, priva di loghi e chiusure evidenti, inventando intuizioni commerciali tuttora di enorme successo, come il celebre cinturino a “doppio tour” per l’orologio Cape Cod.