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“Mio marito Michelangelo Antonioni si è reincarnato in un leone, l’ho ritrovato in Maremma. L’ho chiamato Mihal, ha lo stesso sguardo magnetico: parliamo con gli occhi come ho fatto per 22 anni con lui dopo l’ictus”

Enrica Fico racconta in un'intervista al Corriere della Sera il suo legame con il celebre regista a cui è stata legata per 36 anni e che ora ha ritrovato in un leone

di Vittorio Saladini
“Mio marito Michelangelo Antonioni si è reincarnato in un leone, l’ho ritrovato in Maremma. L’ho chiamato Mihal, ha lo stesso sguardo magnetico: parliamo con gli occhi come ho fatto per 22 anni con lui dopo l’ictus”

Enrica Fico ha rivisto il suo Michelangelo Antonioni. Il regista con cui ha vissuto una storia d’amore lunga 36 anni. «L’ho ritrovato in un leone». Dice tra lo stupore del Corriere della Sera. Come in un leone? «Sì, stesso sguardo magnetico, molto intelligente e di una bellezza insolita. In più, questo leone ha il carattere che avrei voluto in Michelangelo». E questo Leone l’ha incontrato «all’Animanatura Wild Sanctuary di Semproniano, in Maremma. Un’area vastissima, 80 ettari con 450 animali di oltre 50 specie diverse, frutto di 30 anni di lavoro di un veterinario straordinario, Marco Aloisi». Questo Leone si chiama Mihal «gliel’ho dato io – garantisce – In albanese (è da lì che proviene), è quello più vicino a Michelangelo. Ha quattro anni».

Per comunicare con Mihal «mi basta stargli vicino il più possibile per guardarlo negli occhi, in silenzio. Per 22 anni, da quando Michelangelo ebbe l’ictus, ho colloquiato con un uomo senza parole. Sto per lasciare la casa in Umbria dove con lui abbiamo vissuto le estati più felici e fruttuose. Da sempre ho un piccolo rifugio in Maremma, il luogo in cui mi rinfrancavo qualche giorno dalle fatiche di stare accanto a un uomo come Antonioni. E poi vicino ci sono le terme di Saturnia; lui, che detestava i luoghi di quel tipo, le chiamava Paturnia. Insomma, andrò spesso a Semproniano, mi farò costruire una chaise longue, scavata nel tronco di un vecchio ulivo secco, per stare accanto a Mihal. Attraverso una rete posso accarezzargli i polpastrelli delle zampe con dei fili d’erba, per il resto lui ha una grande area a disposizione e ora sta cercando di fare amicizia con una leonessa. Ma questo animale per metà è umano…».

Mihal ha un carattere diverso da Michelangelo. «Michelangelo aveva un carattere molto difficile, poteva arrivare a essere crudele. D’altronde se non fosse stato implacabile sul set, non avrebbe ottenuto il massimo nei suoi film». Un amore con un enorme differenza di età. Ben 40 anni. «Ho perso il papà Eraldo quando avevo 7 anni. Sulle montagne liguri era stato un capo partigiano, nome di battaglia: Virgola. Un uomo normale con doti da leader. Sì, certo, in Michelangelo, ho rivisto mio padre. Ma lui è stato anche mia madre. I suoi film dimostrano quanto fosse un intelligente osservatore dell’universo femminile. Mi capiva perfettamente, mi sapeva guardare, conosceva tutte le nuances del mio carattere e le rispettava. Era rimasto molto amico della sua prima moglie Letizia, che era anche amica mia. Si erano conosciuti nel dopoguerra al Centro sperimentale».

E con Monica Vitti? Al Corsera confessa che «con lei era diverso. A Roma continuavano ad abitare nello stesso palazzo, Monica nell’attico e Michelangelo nel super attico, avevano eliminato la scala a chiocciola di collegamento. Monica era molto mondana, amava le feste con tanti amici, una vita lontana dalla nostra che eravamo sempre in viaggio per conoscere luoghi, attori, sceneggiatori. Mai fatta una vera vacanza con lui».

Come si sono incontrati Enrica e Michelangelo? «Non avevo neanche 18 anni quando l’artista Eugenio Carmi, che abitava sotto mia madre, le chiese se poteva prendermi come modella per proiettare i suoi quadri astratti su un corpo nudo. Mamma gli disse: chiedilo a lei. Accettai. Ne venne fuori una pubblicazione di serigrafie, Michelangelo scrisse l’introduzione. Io, dopo aver frequentato il liceo milanese di Brera, cercavo un lavoro a Roma. Carmi così mi presentò Antonioni che, mi avrebbe poi confessato, aveva subito fantasticato una storia d’amore con quel corpo nudo… Mi invitò a cena e mi fece vedere la sua collezione di quadri. La nostra storia cominciò così».

Enrica cercò di fuggire da lui, ma solo prima della malattia. «Quando era bello, ricco, famoso (finì nella top ten degli uomini più eleganti del mondo), non c’è stato giorno in cui non abbia pensato di fuggire. E qualche volta l’ho fatto, ma lui mi ha sempre riacchiappata. Dopo l’ictus del 1985, quella voglia è sparita. Ventidue anni di malattia senza una degenerazione in demenza senile, in Alzheimer». Enrica svela anche che «col tempo ha recuperato la gamba e la spalla ma non la mano destra. Così ha imparato a usare la mano sinistra per disegnare e dipingere: una quarantina delle sue Montagne Incantate saranno esposte da sabato in Maremma».

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