Il completo nero con fantasia floreale, lo spacco a V e lo stile Anni 70 non sono un vezzo estetico, ma una dichiarazione poetica. Bastano i primi secondi sul palco per capire che Bruno Mars è un viaggiatore del tempo. Le note iniziali suonate dalla band per realizzare che è uno che il sound l’ha inventato – o meglio, solo riportato in vita – pescando dalla Motown, da Santana, da soul e dal funk. E con le sue produzioni, l’ha trasportato nel nuovo millennio. Ieri sera, martedì 14 luglio, prima che la sua sagoma comparisse a San Siro, a Milano, un breve video proiettato sui megaschermi è diventato la promessa di uno spettacolo che in Italia mancava da quasi dieci anni. Segno della croce e cappello da cowboy, nel filmato Mars prega inginocchiato in una chiesa: “Grazie Dio di avermi dato un altro giorno per fare quello che amo. Tutto ciò che chiedo è proteggere il pubblico e chi sale sul palco. Dona a me e alla mia band l’energia e la forza per dare a questa città uno show che non si dimenticherà. Amen”. Quando i fiati hanno cominciato a suonare l’intro di “Risk It All”, la ballatona ispirata al bolero spagnolo dell’ultimo disco “The Romantic”, al Meazza i decibel si sono alzati al massimo.
Una popstar che ha studiato i grandi del passato
È l’immagine che ha aperto un live di due ore (stasera mercoledì 15 la seconda data) e che incorona Peter Gene Hernandez – questo il vero nome del cantante – come una delle popstar più iconiche degli ultimi due decenni. Un po’ per la sua musica, costruita attorno al passato e rivestita con abiti moderni (è ciò che gli viene criticato da alcuni). Un po’ perché, questo cantautore hawaiano di un metro e sessantacinque con la bandana in fronte, che canta molto bene senza autotune ed è cresciuto imitando Michael Jackson, è l’artista che oggi più si avvicina al re del pop. Lo ha dimostrato durante tutto il concerto quando i passi di danza, eseguiti insieme alla band storica degli Hooligans che ha suonato muovendosi coordinata con lui, si sono fusi al meglio con la voce. In particolare, si è scatenato su “Cha Cha Cha”, “Perm”, “24k Magic”, “I Just Might” e “Something Serious”. In ogni caso, aveva chiarito in una vecchia intervista al quotidiano californiano San Diego Union Tribune, “non ci sarà mai più un altro MJ, una grande popstar già dall’età di 7 anni”. Mars, però, è cresciuto studiando le movenze di Jackson e il falsetto di Prince: i due, idoli d’infanzia sin da quando il papà lo aveva soprannominato Bruno per la somiglianza con il wrestler italiano Bruno Sammartino e si esibiva come imitatore al fianco dello zio nei locali della sua isola.
Le ballate al piano e la sorpresa di “Grenade”
L’esperienza accumulata e quegli insegnamenti li ha portati su un palco profondo, ma senza passerella, costruito per diversi cambi di scena: da cattedrale gotica con vetrate multicolore a un parcheggio per una Cadillac rossa su un medley di classici soul, fino a una scena minimale per “It Will Rain”, “Talking To The Moon”, “Grenade” (cantata a sorpresa e non in scaletta in diverse date del tour) e “When I Was Your Man”, suonate al piano con i cori assordanti dei quasi 60mila di San Siro. Dentro questi scenari Mars – il cognome d’arte che si è affibbiato perché si sentiva poco attraente e le ragazze gli dicevano che sembrava ‘fuori dal mondo’ – ha confermato con un live da performer i motivi di una carriera al vertice delle classifiche, da 70.4 miliardi di stream globali su tutto il catalogo e sedici Grammy.
L’intesa con Anderson Paak e il gran finale
L’amore per il passato e la musica da sempre nel sangue (la mamma era cantante e ballerina di hula, una danza polinesiana, e il papà percussionista) si sono trasformati nel tempo in quattro album da solista e uno pubblicato con il produttore Anderson Paak come duo Silk Sonic. E davanti a chi il funk degli anni ’70 ha iniziato ad ascoltarlo da adolescente, chi ha imparato ad apprezzarlo grazie ai nonni e ai genitori e chi, invece, lo ha conosciuto sui social, Bruno Mars non ha lasciato indietro nessuno dei suoi dischi: ha ancheggiato sulle atmosfere soul e latine di “On My Soul”, “Why You Wanna Fight?” e “God Was Showing Off”, ascoltato migliaia di fan urlare su “Die with a Smile”, il duetto con Lady Gaga che ha vinto il Grammy come migliore interpretazione pop di un duo. E poi cantare sulla strumentale di “Versace On The Floor”, lasciata alle soli voci del pubblico con la guida della linea melodica di un sax. Nella parte centrale dello show, è arrivata un’infilata di diversi brani dall’album “An Evening with Silk Sonic”, suonati e interpretati insieme al produttore statunitense Anderson Paak. L’atmosfera sognante di “Leave The Door Open” è stata il preludio al gran finale. Prima delle proposte di matrimonio su “Marry You” e della festa di “Locked Out Of Heaven”, Bruno Mars ha salutato il collega presentandosi sul palco a bordo di una mini vespa gialla, con la sciarpa della nazionale italiana intorno al collo. Paak, nel frattempo, sorseggiava un gigantesco spritz. Ancora i cori fortissimi su “Just The Way You Are”, conditi da un “grazie Milano, vi amo”. A chiudere, fuoco, fiamme e San Siro scatenato sulle note di “Uptown Funk”.