Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni estratti del volume - 2/2
Scrive Rosario Sorrentino: «Va detto chiaro e forte una volta per tutte: la cannabis (e i suoi derivati) è una sostanza stupefacente, e questo va ribadito senza se e senza ma. Una volta fumata, questa droga dalla bocca passa alla trachea, ai bronchi e quindi con estrema rapidità entra nel flusso, nel torrente sanguigno. Da qui, dopo aver attraversato la barriera ematoencefalica, una sorta di diga che ha la funzione di proteggere il cervello, entra nel sistema nervoso producendo i suoi noti effetti, dopo pochi minuti dalla sua assunzione: cambiamento dello stato di coscienza, senso di rilassamento, euforia e alterazione della percezione spazio-temporale con accelerazione del pensiero, tanto per citarne alcuni. Chi fa uso di cannabis e derivati può andare incontro a una spiacevole sorpresa, quando questa sostanza attiva, nei giovani che hanno una maggiore “debolezza genetica”, il principale interruttore nel cervello responsabile degli attacchi di panico: l’amigdala. Una reazione di ansia estrema, intensa e improvvisa che si manifesta con una elevata frequenza cardiaca, difficoltà respiratoria, sudorazione continua con senso di vertigine, di svenimento, associato a formicolii diffusi e forte timore di impazzire. Si associano spesso anche i fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione che producono la penosa sensazione di distacco dal proprio corpo e dall’ambiente circostante. Molti dei pazienti visti da me avevano iniziato a soffrire per lunghi periodi di attacchi di panico proprio in seguito, o durante l’assunzione di uno spinello. Dopo questa angosciante esperienza c’è chi interrompe drasticamente l’assunzione di cannabis, ma nonostante questo continua ad avere attacchi continui e sviluppa la fobo-fobia, la paura della paura, il forte timore di rivivere quella esperienza terribile che in molti casi cambia drasticamente la vita di chi ne soffre, perché si traduce nel tempo in un sensibile cambiamento della qualità della vita, con forti limitazioni della propria libertà e autonomia.»
Scrive Francesca Weihs: «L’adolescenza è un periodo di transizione magmatico e multidimensionale, in cui il giovane è impegnato a ridefinire radicalmente la propria identità. Il nucleo di questa fase non è soltanto anagrafico, ma riguarda una metamorfosi psicologica, emotiva e neurobiologica. La ricerca identitaria diventa il terreno su cui si innesta l’uso delle sostanze, che assumono significati diversi: possono rappresentare un segno di appartenenza al gruppo, uno strumento di trasgressione contro l’autorità, un sollievo temporaneo dalle pressioni quotidiane o una sorta di anestesia emotiva per lenire il disagio interiore. Il cervello adolescente è un cantiere aperto: il sistema limbico, che governa emozioni e ricerca del piacere, è già pienamente attivo, mentre la corteccia prefrontale, deputata al controllo degli impulsi e alla valutazione delle conseguenze, è ancora in maturazione. In questa asimmetria strutturale la cannabis entra come un interferente potente, agendo sui circuiti della gratificazione proprio mentre si stanno organizzando. Non è quindi solo una scelta “di costume”, ma un elemento che dialoga con una vulnerabilità neurobiologica specifica, inserendosi in un percorso di crescita che può deviare silenziosamente, trasformando una ricerca di sollievo in un fattore di rischio per la salute mentale futura.»