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I libri di Antonio Padellaro e Daniela Ranieri: più diversi che mai, ma qualcosa li accomuna

Testo lucido e brillante "Ma come Parli?!", è stato un piacere leggerlo negli stessi giorni in cui leggevo "Quando eravamo felici"
I libri di Antonio Padellaro e Daniela Ranieri: più diversi che mai, ma qualcosa li accomuna
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Antonio Padellaro e Daniela Ranieri hanno scritto due libri molto diversi che – vogliamo dirlo? – più diversi non potrebbero essere. Nel primo (Quando eravamo felici, Piemme) Padellaro s’abbandona a “un flusso di ricordi”, a un dialogo toccante con l’amore della sua vita, e nello stesso tempo, mentre ricostruisce l’autobiografia della famiglia, racconta la biografia della nazione confrontando le passioni del passato con la “bruttezza dei nostri tempi”. Daniela Ranieri (Ma come parli?!, PaperFirst) scrive invece “un manuale” – preziosissimo – “di resistenza al linguaggio dei politici” e mostra che “la retorica, arte nata nella polis greca, è diventata un’abilità che non serve a convincere, ma a manipolare chi ascolta”.

Libri diversi, dunque. Eppure, leggendoli avverti che qualcosa li accomuna. L’amore per la verità, anzitutto; un certo stile; lo smascheramento di realtà nascoste (non solo dietro il linguaggio); il confronto spietato tra ieri e oggi.

Padellaro ricorda gli anni Sessanta: in quel tempo – scrive – “la politica è una cosa seria. Rappresenta l’approdo prestigioso per i cosiddetti ‘migliori’… Le regole del successo non prevedevano l’uso dei mezzi d’informazione… era la politica del saper tacere… del non lasciare trasparire nulla delle proprie emozioni e intenzioni. Non esisteva cura dell’immagine…vigeva la regola del fare piuttosto che dell’apparire” (pp.77-78). Ranieri è sulla stessa linea: i politici del passato avevano un altro stile, un altro modo di dire e di essere: “Il modo di parlare di un Marco Minghetti… riconosciuto come il più abile oratore dei suoi tempi… non è certo assimilabile a quello di un Renzi o di una Meloni… la pseudo-democrazia attuale vive di parole… di post sui social media… i politici devono essere sempre più bravi nel sembrare quello che non sono” (pp. 9-10).

Hanno scritto libri diversi Padellaro e Ranieri, ma con molti punti in comune. Ranieri si chiede da dove derivi la decadenza del nostro Paese e perché oggi i politici parlino così male, rispetto a quelli della Prima Repubblica. (p. 19). Padellaro sembra risponderle: i politici e i membri della classe dirigente di un tempo avevano un’altra tempra: “Zio Antonio conosceva bene Enrico Mattei e ne ammirava lo straordinario ingegno” (p. 67), poi il suo aereo precipitò e si provò che fu “dolosamente abbattuto” (“Malasorte pi iddu, mala sorte per noi”, dissero a Gagliano in Sicilia): “Possiamo dire che quell’epoca di grande vitalità, la forza propulsiva fatta di volontà, passione, ingegno – scrive –, cominciò a esaurirsi con la morte di Mattei” (pp. 69-70).

Mi fermo qui. Al lettore cogliere altri aspetti che legano libri così diversi. Dico invece della specificità di Quando eravamo felici, e Ma come parli?! che nel titolo riprende la battuta di Moretti.

Padellaro. Sua moglie è gravemente malata e lui le promette di scrivere un libro coi loro ricordi: “Devi pubblicarlo assolutamente” gli dice “e lo ascolta, lo corregge, lo sprona”. E così inizia un racconto in cui c’è la Versilia degli anni Sessanta, la casa di villeggiatura, gli zii, le cugine, il padre autorevole e severo (“‘Guai a te se piangi!’, mio padre s’arrabbiava se per qualche motivo una lacrima mi scivolava sulle guance” p. 57); un libro tra il privato e il pubblico, sull’Italia del miracolo economico, dei democristiani e dei socialisti (“A zio Nazzareno, nella sua versione democristiana, si deve l’idea di una trasmissione televisiva per alfabetizzare milioni d’italiani… Si chiamerà Non è mai troppo tardi e… sarà motivo di orgoglio per il servizio pubblico. E per la nostra famiglia” (p. 43).

Padellaro non nasconde nulla, né i rapporti della famiglia col fascismo – soprattutto con Bottai -, né la poca voglia di studiare nei primi anni di liceo (c’era il ciclismo da seguire e al sedicenne Antonio sembrava tempo perso dedicarsi al latino) e parla del lungomare, dei primi corteggiamenti, nell’età in cui in politica si facevano le grandi riforme, la felicità sembrava un diritto, e la politica conservava ancora il sapore di un destino collettivo. Bel libro questo di Padellaro, dove incontri Boll, Auster, Verga, Maraini, McEwan, Rossellini, Didion, Rèpaci… ma parte dominante è l’amore per la moglie che, ammalata, avvertendo il declino, dice: “Raccontali a me i tuoi ricordi belli. Ma ti prego, amore, fai presto” (p. 13). Di questa parte intima e struggente di Quando eravamo felici non dico nulla – se non che è intensa e bella e toccante – per non rovinare il piacere di scoprirla.

Dico invece del testo di Ranieri, Ma come Parli?!, che analizzando il linguaggio di Meloni, Renzi, Salvini, Schlein, Conte… li mette a nudo: Vannacci? “In realtà, al di là dei suoi proclami ‘rivoluzionari’ è un darwinista sociale” (p. 88); Meloni? “Da dove viene la frase I centri in Albania fun-zio-ne-ran-no!”? Da Cicerone -spiega- è l’epanalessi, la ripetizione enfatica di una frase per creare tensione emozionale.”! E’ tutto così questo bel libro: descrizione, analisi, spiegazione (non senza ironia, quando il tema consente): l’obiettivo però è profondo: “Le ambiguità della Schlein – scrive – si riflettono sul suo linguaggio, ma (e perché) sono anzitutto ambiguità politiche”, p. 254: “Ranieri indaga le figure retoriche, i tic verbali, i luoghi comuni della classe politica (“metterci la faccia”, “a 360 gradi”, “il punto di caduta”… senza dimenticare “‘nella misura in cui’, tipica del sinistrese anni Sessanta e Settanta” (pp. 18-19). Perché i politici parlano così? Per molte ragioni, non ultima (vedi il Make America great again, di Trump) per costruire una propaganda che condiziona l’opinione pubblica. Dice bene Ranieri: “Smontare gli ingranaggi di cui si avvale il potere per funzionare è un atto di resistenza e ribellione; in definitiva, di democrazia.”

Libro lucido e brillante Ma come Parli?!, è stato un piacere leggerlo negli stessi giorni in cui leggevo Quando eravamo felici. Quale pagina di Ranieri mi è piaciuta di più? Questa: “Se si dovesse stabilire, sulle basi della distinzione tra retorica sofistica e retorica socratica, se un politico come Renzi sia più seduttivo-gorgiano o maieutico-socratico, ebbene si dovrà dire che egli è gorgiano… Non gli interessa provare che coi suoi metodi si arriverà al bene comune, ma illudere che sarà così” (p. 65). Ecco, come il libro di Padellaro, anche questo di Ranieri è intriso d’intelligenza e cultura: due occasioni per leggere e riflettere e tenere acceso il cervello in questa torrida estate.

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